Un’escursione stravolta

Sono passati solo pochi giorni dalla drammatica disavventura nella foresta, ma l’eco di quegli eventi risuona ancora limpido nella mente dei cinque ragazzi di Parvavilla. L’atmosfera nel villaggio è sospesa, appesantita da una sottile inquietudine, eppure la vita quotidiana tenta ostinatamente di riprendere i suoi ritmi. Nella quiete della sua stanza, Melissa Tramapanni siede alla scrivania di legno chiaro, immersa in un silenzio quasi religioso: davanti a lei è aperto il suo libro degli incantesimi, le cui pagine immacolate iniziano finalmente a riempirsi di glifi tracciati con inchiostro fresco. Con gesti meticolosi e concentrati, la giovane copia le nuove magie comprese dallo studio del grimorio dei sortilegi del suo defunto maestro, mentre al contempo osserva con curiosità le intricate e misteriose incisioni che corrono lungo la superficie del suo nuovo bordione: quel bastone di legno antico, appartenuto al loro defunto precettore Fitòfilo, emana una debole pulsazione magica che ne fa scintillare il voluminoso cristallo incastonato sulla sommità.

Una sera, mentre la luce crepuscolare filtra dalla finestra e Melissa armeggia con il pesante manufatto tentando di decifrarne le rune, il cristallo si accende di una luce improvvisa e vivida: il legno vibra sotto le sue dita e, con grande stupore della ragazza, una voce risuona direttamente nella stanza, profonda e intessuta di una strana risonanza metallica. Il bastone stesso sta parlando, e si presenta a lei con un nome altisonante e antico: Empedocle.

Con un tono velato da un altezzoso e malcelato disprezzo, l’ego arcano racchiuso nel legno dichiara di essere un bordione elementale, creato esclusivamente per le mani esperte e sagge dei druidi, aggiungendo con freddezza che una ragazzina inesperta come lei difficilmente sarà mai in grado di comprendere ed attivare tutti i suoi meravigliosi e devastanti poteri. Tuttavia Empedocle non conosce affatto la determinata caparbietà e l’orgoglio della sua nuova giovanissima proprietaria: piuttosto che lasciarsi scoraggiare o intimorire da quelle parole superbe, Melissa sente nascere dentro di sé una scintilla di fiera sfida. Stringendo la presa sul legno nodoso, la ragazza sorride nell’oscurità della sua stanza: quelle parole sono lo sprone definitivo di cui aveva bisogno, ora più che mai intende dedicare ogni sua energia per carpire fino all’ultimo segreto racchiuso all’interno di quel bordione magico, decisa a dimostrare all’arrogante ego dell’artefatto di cosa sia capace una giovane studentessa di Parvavilla.

Qualche tempo dopo, la compagnia dei cinque amici si ritrova lungo il sentiero per discutere sul da farsi. Il ricordo del maestro Fitòfilo è ancora una ferita aperta, ma la curiosità ed il senso del dovere spingono i ragazzi ad organizzare una nuova escursione verso la casa arborea del druido. L’obiettivo ufficiale è vedere come si siano evolute le cose nella radura dopo la tragica scomparsa del proprietario e verificare se la zona sia tornata sicura. Sotto la superficie di quella motivazione formale, tuttavia, si nasconde anche il desiderio di recuperare qualche altro utile “souvenir” appartenuto al loro trapassato maestro, prima che la vegetazione o le creature della foresta reclamino l’abitazione. Per prepararsi ad affrontare un viaggio che si preannuncia insidioso, però, il gruppo concorda sulla necessità di rimpinguare il proprio arsenale e migliorare il proprio equipaggiamento. Si dirigono così verso l’unica bottega di Parvavilla che vende materiale da viaggio e suppellettili militari usati a prezzi ridotti: il celebre “Bazar di Catarina”.

L’edificio sorge proprio nella caratteristica piazza del pozzo, sul limitare estremo del paese, dove le case lasciano spazio ai primi campi battuti. Di Catarina i ragazzi in realtà non sanno un granché, nonostante frequentino la piazza fin dall’infanzia. È noto a tutti che non è originaria della Litorania, un dettaglio confermato dal suo curioso accento, e si tratta di una donna matura, ma dal fascino enigmatico, minuta nella statura, caratterizzata da una chioma di capelli biondissimi e da modi straordinariamente pacati e gentili. Nel villaggio gode di un’ottima reputazione, poiché è risaputo che è sempre incline a fare generosi sconti a quei clienti che si dimostrano educati e dotati di buone maniere.

Quando la pesante porta di legno del bazar si spalanca, i cinque ragazzi vengono accolti dall’odore pungente di cuoio, olio per armi e ferro antico. Il negozio è un vero e proprio magazzino stipato di oggetti di ogni tipo, ammassati su scaffali polverosi e appesi alle travi del soffitto. La stragrande maggioranza della merce è di seconda o terza mano, segnata dal tempo e dall’uso, ma perfetta per le tasche di giovani avventurieri. Immediatamente, l’ala più combattiva del gruppo si fionda verso il settore dedicato alle suppellettili militari: Tharraleos Scannabovi, con la sua imponente stazza, Nigra Tramapanni, che accarezza già l’impugnatura di una vecchia lama, il massiccio Filosòma Brandimartello e l’irrequieto Dasòdis D’Aurafalce iniziano ad esaminare archi e scudi di legno, spade corte dal filo consumato ed armature di cuoio rinforzate.

I quattro ragazzi commentano a voce alta i prezzi davvero convenienti, confrontando con competenza il grado di usura delle armi e scambiandosi pareri tecnici su come riparare una fibbia o affilare una punta. Nel frattempo la minuta Melissa, disinteressata alle armi pesanti, si apparta rispetto al resto del gruppo, lasciandosi attirare da un angolo più riparato della bottega: i suoi occhi brillano nel vedere robuste borse da viaggio in cuoio morbido, file ordinate di boccette di vetro vuote pronte per ospitare pozioni e rotoli di cartapecora ruvida ancora da scrivere.

Mentre esamina la consistenza di una pergamena, Melissa viene avvicinata in modo discreto e gentile dalla proprietaria del bazar. Catarina le si affianca con un passo così leggero da non fare rumore, stringendo uno scialle sulle spalle, i suoi occhi chiari si posano immediatamente sul grosso bastone runico che la giovane tiene saldamente con sé e che non abbandona mai, con la sua voce pacata la donna mostra un vivo e sincero interesse per l’oggetto: “È un pezzo d’artigianato davvero notevole, piccola…” esordisce, accarezzando con lo sguardo le venature del legno, “Se fossi disposta a vendermelo, sarei felice di offrirti un prezzo più che adeguato, una cifra che ti permetterebbe di comprare tutto ciò che desideri in questo negozio…”.

Melissa squadra con gli occhi socchiusi la gentile padrona del bazar rimanendo in silenzio, come se stesse riflettendo sulla proposta appena ricevuta, tuttavia è ben consapevole del valore inestimabile del suo bordione e del legame profondo che lo unisce alla memoria dell’estinto precettore: non ha alcuna intenzione di privarsene, specialmente dopo la sfida lanciatale dall’ego dell’artefatto elementale. Con un sorriso educato, ma fermo, la fanciulla scuote la testa e declina con cortesia l’offerta: “Vi ringrazio, donna Catarina, ma questo bastone non è in vendita. È un ricordo troppo prezioso a cui non posso proprio rinunciare…”.

Catarina non insiste affatto: da mercante esperta e rispettosa dei clienti, si limita a sorridere gentilmente, fa un piccolo cenno d’assenso e si allontana, lasciando la ragazza ai suoi pensieri e riportandosi dietro al bancone principale per servire il resto della compagnia, che nel frattempo ha ammassato una discreta quantità di acquisti da saldare.

Quella conversazione, tuttavia, interrompe l’entusiasmo di Melissa: avendo perso improvvisamente interesse negli oggetti che stava osservando, la ragazza decide di uscire dalla bottega per respirare l’aria fresca della piazza, fermandosi pensierosa sulla soglia di pietra ad attendere che i suoi compagni terminino le trattative. Lo sguardo di Melissa vaga sulla piazzetta del pozzo, quasi deserta a quell’ora, e si posa poco distante su una figura familiare: si tratta di Teodora Brandimartello, la graziosa sorellastra di Filosòma. La ragazza sta avanzando lentamente verso il centro della piazza portando con sé due pesanti secchie di legno, evidentemente diretta alla fonte per attingere l’acqua per le necessità domestiche. Melissa, lieta di quella distrazione, la saluta ad alta voce richiamandone l’attenzione con un cenno della mano. Teodora si volta immediatamente interrompendo il passo e ricambia il convenevole con un sorriso gentile.

All’interno del bazar, l’udito finissimo di Dasòdis D’Aurafalce intercetta all’istante il nome della fanciulla. Il giovane braccatore, che nutre da lungo tempo un tenero e profondo debole per la sorella di secondo letto del suo amico, conclude frettolosamente la sua compravendita, arraffa la merce acquistata e si fionda letteralmente fuori dalla porta del negozio, quasi inciampando sui propri passi.

Teodora, nel momento esatto in cui vede sbucare dalla bottega il giovane D’Aurafalce, si blocca sul posto: la ragazza, che ricambia in segreto e con altrettanta intensità l’attrazione per l’aitante figlio della erborista del paese, sente il sangue affluire alle guance ed arrossisce vistosamente in volto, abbassando lo sguardo, improvvisamente priva del coraggio necessario anche solo per pronunciare un semplice saluto.

Dasòdis, dal canto suo, non si dimostra certamente meno timido e impacciato: pur stringendo i pugni per darsi un contegno, riesce solo a fare un cenno goffo con la mano destra verso la giovane, senza che una sola parola riesca a superare le sue labbra. Ed il suo viso si fa istantaneamente paonazzo quando, girando leggermente la testa, si accorge che Melissa, ferma a pochi passi da lui sulla soglia, lo sta osservando con un sorrisetto complice ed eloquente sulle labbra: l’espressione tipica di chi ha capito perfettamente tutto il romantico sottotesto di quella timida manfrina adolescenziale.

Ma quell’atmosfera leggera e romantica sta per essere improvvisamente spezzata, trasformandosi invece in un atroce incubo: dal fondo del pozzo di pietra si leva un rumore sinistro di risucchio e fango smosso ed un istante dopo ne emerge un giovane esemplare di Metactone, un gigantesco anellide dalla caratteristica bocca circolare contornata da possenti peduncoli tentacolari. Sfruttando la distrazione dei presenti, la verminosa creatura scatta in avanti con una rapidità innaturale per la sua stazza e coglie Teodora alla spalle, ghermendola prima che possa persino rendersi conto del pericolo. I tentacoli bavosi delle mandibole si serrano attorno alla ragazza, sollevandola da terra tra le sue grida di puro terrore che squarciano il silenzio di Parvavilla. Di fronte al pericolo mortale che minaccia la ragazza amata, l’esitazione e la timidezza di Dasòdis svaniscono all’istante, sostituite da una scarica di adrenalina: il giovane si muove fulmineo in soccorso della donzella, estraendo la sua arma e urlando per richiamare i compagni.

Allarmati dal trambusto infernale e dalle urla disperate, Tharraleos, Nigra e Filosòma si catapultano fuori dal Bazar di Catarina con le armi appena acquistate già in mano, fiondandosi senza un attimo di esitazione ad affrontare il gigantesco verme sotterraneo.

Presto la piazzetta del pozzo diventa il teatro di uno scontro furioso e caotico: il Metactone sibila, agitando i suoi tentacoli viscidi nel tentativo di trascinare la preda nel fondo della cavità, ma l’azione coordinata dei ragazzi si rivela implacabile. Tharraleos Scannabovi, sfruttando la sua forza fisica, si scaglia contro il corpo dell’anellide, piantando i piedi nel terreno e colpendo con violenza per costringere la creatura a mollare la presa. Accanto a lui, Nigra mulina la sua nuova lama con precisione geometrica, recidendo di netto uno dei peduncoli che stringono la ragazza trattenuta. Sotto la pressione combinata di Dasòdis, che colpisce con rabbia cieca, e dei fendenti disperati di Filosòma, il gruppetto di giovani eroi riesce finalmente a strappare la povera Teodora dalle fauci tentacolate del grosso invertebrato. Una volta messa al sicuro la preda, i ragazzi non concedono tregua all’abominevole creatura: riversando tutta la loro paura e la loro rabbia nello scontro, si accaniscono liberamente sul Metactone, tempestandolo di colpi violenti e precisi, finendolo definitivamente: Il gigantesco verme sussulta un’ultima volta, prima di accasciarsi esanime sul bordo di pietra del pozzo.

Non appena l’immondo invertebrato è stato ucciso, l’attenzione del gruppo si sposta sul corpo di Teodora: Filosòma, sconvolto e col cuore in gola, accorre accanto alla sorellastra, che giace completamente immobile sul selciato bagnato vicino alla fonte. Il corpulento figlio del fabbro si inginocchia nel fango, prende per le braccia l’esangue fanciulla ed inizia a scuoterne le membra con delicatezza mista a frenesia, gridando disperatamente il suo nome nella speranza di ricevere un segno di vita: “Teodora! Teodora! Rispondimi, ti prego! Guarda, il mostro è morto!”.

Immediatamente gli si fa accanto anche l’amico Dasòdis e sul volto del giovane braccatore si dipinge il medesimo, raggelante terrore che stringe il cuore del sacerdote in erba: una maschera di pallore assoluto tradisce il crescente e drammatico sospetto che la povera ragazza sia ormai priva di vita, stroncata dalla stretta della creatura.

Ma con un sussulto di sorpresa da parte di tutti i presenti, la fanciulla accenna improvvisamente ad un movimento accennato mentre è ancora stretta nell’abbraccio del fratellastro. A quella vista, il volto del giovane D’Aurafalce si illumina per un brevissimo, effimero istante di sollievo, convinto che il peggio sia passato. La gioia, tuttavia, si spegne sul nascere, ed il suo viso torna più pallido della cera quando vede gli occhi della ragazza aprirsi lentamente: le pupille di Teodora sono completamente bianche, vitree e prive di qualsiasi espressione o barlume di coscienza umana. In quel preciso istante, la mente del ragazzo viene colpita da una consapevolezza d’indescrivibile orrore: Teodora non è affatto sopravvissuta all’aggressione del Metactone, proprio come il cadavere del vecchio boscaiolo incontrato sul sentiero nell’aiuola di Erba Assassina, ed il corpo del loro povero maestro Fitòfilo ucciso dal Metaragno, anche lei è defunta, ma il suo cadavere è già misteriosamente risorto ad una mostruosa non-vita.

Lo zombi di Teodora, totalmente privo di memoria o affetto, si muove guidato solo da un istinto primordiale: ancora stretta nell’abbraccio protettivo di quello che fino ad un momento prima era il suo fratellastro, la creatura spalanca la bocca ed emette un rantolo gutturale, protendendo le zanne per addentarne le carni in preda ad un’ottusa ed irrefrenabile fame di carne viva.

Filosòma, paralizzato dal dolore e dallo shock, non riesce a reagire e tocca al povero Dasòdis, che immediatamente comprende la letalità della situazione, agire con freddezza disperata per salvare la pelle dell’amico: colpisce con decisione la testa della non-morta rendendola definitivamente inoffensiva. Il corpo della ragazza torna allora ad accasciarsi sul terreno della piazza, questa volta immobile per sempre.

Attirati dal tremendo frastuono dello scontro e dalle urla concitate che hanno scosso il centro abitato, presto accorrono alla piazzetta del pozzo alcuni abitanti di Parvavilla che si trovavano nelle vicinanze. Catarina, uscita tempestivamente dalla sua bottega, si affretta a radunare i compaesani per descrivere la scena drammatica di cui è stata testimone e con grande enfasi la commerciante mette in risalto l’eroismo e la prontezza del gruppo di giovani ragazzi, spiegando al contempo lo sventurato incidente che è costato la vita alla povera Teodora.

Nel frattempo, Tharraleos e Nigra, mantenendo un briciolo di pragmatismo logico nonostante il dramma, chiedono l’aiuto degli uomini robusti appena arrivati per estrarre il pesante cadavere del Metactone dall’imboccatura del pozzo per evitare che i fluidi della creatura contaminino l’acqua della fonte.

Mentre gli uomini lavorano sul cadavere del voluminoso verme, Melissa si fa incontro all’accorrente Amaranta, la matrigna di Filosòma e madre di Teodora, che è appena giunta trafelata nella piazza con il cuore colmo di un sinistro presentimento. La giovane incantatrice tenta con parole e gesti di mitigare la disperazione della donna e di spiegare con delicatezza come siano andate le cose, ma ogni tentativo di conforto fallisce di fronte alla cruda realtà: Amaranta è davvero sconvolta, il suo volto è una maschera di lacrime e strazio, ed accasciandosi pesantemente sul cadavere della figlia stringe a sé quei resti freddi, mentre sollevando gli occhi gonfi di pianto, squadra con uno sguardo pieno di risentimento ed accusa il figliastro: “Come hai potuto tu, così grande e forte, permettere che tua sorella morisse in questo modo orribile sotto i tuoi occhi?!”, gli grida addosso la donna dissennata dalla lancinante afflizione.

Filosòma, il cui animo è già profondamente roso da un devastante ed ingiustificato senso di colpa per non essere arrivato in tempo, si alza di scatto dal suolo: il suo volto appare completamente trasfigurato da una miscela esplosiva di rabbia, frustrazione e dolore, e guardando la matrigna negli occhi, dichiara con voce tonante che, se il destino gli ha impedito di salvare la vita di Teodora, nulla gli impedirà ora di vendicarne la morte, e senza attendere che alcuno possa fermarlo, afferra una delle robuste corde da viaggio appena acquistate, ne lega un’estremità a uno dei montanti in ferro battuto che sorreggono la carrucola del pozzo e getta l’altro capo nell’oscurità della cisterna. La sua evidente intenzione è quella di calarsi all’interno della profonda cavità alla ricerca del cunicolo sotterraneo da cui è emerso il Metactone, per raggiungerne la tana principale e sterminarne l’intera famiglia.

I compagni, vedendo la scena, si guardano l’un l’altro e, di muto accordo, si mettono all’inseguimento dell’amico sconvolto, Melissa e Dasòdis per cercare di farlo ragionare, Tharraleos e Nigra invece per aiutarlo nell’avventata impresa.

La discesa nell’oscurità è umida e scivolosa: a circa due terzi della profondità del pozzo, i cinque ragazzi individuano una grossa spaccatura circolare, dalle pareti levigate e bagnate di muco, che interseca perpendicolarmente la struttura di pietra. Il gruppo ne deduce che quello debba essere stato il passaggio da cui è risalito il gigantesco anellide per attaccare il villaggio e, senza esitazione, Filosòma si getta per primo all’interno del cunicolo sotterraneo. Dasòdis, abbandonando ormai ogni residua speranza di farlo desistere, accende una torcia per illuminare l’oscurità e lo insegue celere per proteggergli le spalle; dietro ai due procedono ordinatamente tutti gli altri membri della compagnia.

Il gruppo percorre a ritroso il lungo, tetro e tortuoso tunnel sotterraneo per un tempo che sembra indefinito, avvertendo la sensazione di allontanarsi di molto dai confini protetti del villaggio soprastante. Le pareti di terra mostrano i segni evidenti dello scavo della creatura, finché non giungono ad una specie di intersezione, un bivio dove la galleria si divide in due direzioni distinte. Qui l’intero gruppo si ferma un momento per consultarsi e riprendere fiato. Filosòma, complice la fatica della camminata sotterranea, sembra essersi finalmente calmato e aver sbollito la rabbia cieca dei primi minuti; tuttavia, è lungi dal voler desistere dal suo pericoloso intento di vendetta: indica con decisione una delle due nuove vie e decide di proseguire lungo di essa, seguito non troppo volentieri dal suo giovane amico braccatore e dalla minuta incantatrice, entrambi preoccupati dalle insidie dell’ignoto. Tharraleos e Nigra, invece, sembrano quasi esaltati dalla piega avventurosa che sta prendendo la giornata, e procedono con solerzia e passi rapidi dietro all’amico sacerdote, desiderosi di mettere alla prova il ferro delle loro spade.

Dopo aver camminato per diverse decine di metri lungo la nuova via, il gruppo giunge improvvisamente di fronte ad un’apertura sotterranea insolita: il tunnel non prosegue nella terra, ma si sporge direttamente su quella che ha tutta l’aria di essere la stanza di un dungeon artificiale, il cui pavimento, sebbene parzialmente ingombrato da detriti di terra e polvere, appare visibilmente piastrellato con mattonelle di pietra squadrata. I ragazzi osservano la strana transizione ambientale con stupore, ed è Melissa che, esaminando la muratura con il suo spiccato intelletto, azzarda l’ipotesi più logica: “Guardate la disposizione delle pareti…”, sussurra la ragazza indicando i blocchi di pietra, “È probabile che il verme gigante abbia incontrato questa costruzione sotterranea per caso durante lo scavo del suo tunnel; di conseguenza la sua tana non può trovarsi da questa parte, ma probabilmente sarà al termine dell’altra galleria che abbiamo scartato al precedente bivio…”.

Il ragionamento dell’incantatrice fila perfettamente e convince tutti: seppur incuriositi dall’inaspettato ritrovamento, gli altri quattro compagni annotano mentalmente la dislocazione del luogo, con il fermo proposito di comunicarlo ai compaesani una volta tornati in superficie ed eventualmente di tornare ad esplorarlo con calma in un secondo momento. Decidono quindi di non rischiare oltre: invertono prontamente la marcia e tornano sui loro passi fino al bivio principale, pronti a proseguire con attenzione per l’altra galleria sotterranea.

La marcia nel secondo tunnel si rivela ancora più faticosa. Dopo un lasso di tempo che a tutti sembra letteralmente interminabile, immersi nell’umidità e nel silenzio spezzato solo dal rumore dei loro respiri, gli intrepidi ragazzi giungono finalmente ad un’ampia apertura. La galleria sfocia in una specie di rozza e vasta stanza sotterranea dalla forma quasi circolare, le cui pareti naturali sembrano il termine ultimo dello scavo. Sul fondo della caverna, la luce vacillante della torcia di Dasòdis illumina quello che appare come un enorme, informe e nauseabondo ammasso di rifiuti. Non essendovi altre vie o cunicoli che si diramano da questa sorta di sala, i cinque amici deducono unanimemente di essere finalmente giunti a destinazione e di aver trovato la tana del Metactone.

Mentre Dasòdis, Filòsoma e le due sorelle Tramapanni iniziano ad aggirarsi con estrema cautela per l’ampia caverna, perlustrandola a fondo in ogni angolo buio alla ricerca di eventuali altri esemplari o di uova della creatura, l’incauto Tharraleos decide di agire di testa propria: sfidando il buon senso si avvicina al cumulo di rifiuti per osservarlo meglio, desideroso di scoprire cosa nasconda. Guardandolo con attenzione constata di trovarsi di fronte ad un enorme ammasso di deiezioni, plausibilmente espulse dal grosso anellide che hanno ucciso in piazza, ma il testardo combattente è troppo curioso per lasciar perdere e voltare le spalle senza aver dato un’occhiata più approfondita alla massa melmosa. Convinto che un mostro simile possa aver inghiottito viandanti provvisti di ricchezze, inizia a rovistare rudemente nel cumulo usando la punta della spada che ha appena acquistato al bazar, sperando di far emergere chissà quali improbabili tesori dagli escrementi.

L’imprudenza del giovane riceve una risposta immediata e terrificante: dal cumulo di melma fuoriescono all’improvviso, evidentemente disturbati nel loro letargico ed innaturale sonno dal continuo rovistare dell’avventato ragazzo, tre scheletri umani semoventi. Le ossa biancheggiano nell’oscurità e, animate da una forza invisibile e spietata, le tre creature si scagliano istantaneamente contro il curioso cercatore, protendendo le dita artigliate e digrignando le mascelle prive di carne.

Il combattimento che ne segue non dura a lungo, poiché Tharraleos viene subito soccorso dai suoi amici, ora tutti dotati di nuove armi con cui affrontare adeguatamente quello scontro impari a loro vantaggio, e così i tre non-morti vengono presto scomposti e definitivamente messi a riposo eterno.

Finita la battaglia e finalmente ripristinata la quiete in quell’antro sotterraneo, sono Nigra, Tharraleos e Dasòdis a rovistare tra i resti dei tre scheletrici avversari in cerca di qualcosa di utile o prezioso, ma è Melissa che, attratta da un baluginìo tra i rifiuti del Metactone, con l’aiuto del suo bastone ne estrae quello che sembra un pugnale da esploratore, e dopo averlo risciacquato con l’acqua della sua borraccia, ecco che il suo volto assume un’aria di sorpresa mista a sconforto, e senza proferire parola lo porge all’amico braccatore.

Dasòdis, sorpreso dal silenzio dell’amica, prende il pugnale tra le mani e ne esamina meticolosamente l’impugnatura di cuoio e metallo finemente decorata. Pulendo la guardia dal fango residuo, il ragazzo legge con immenso stupore e un groppo alla gola il nome chiaramente inciso sul metallo splendente: “Silvanus”. Il giovane erborista riconosce immediatamente e senza ombra di dubbio il lungo coltello appartenuto a suo padre, il celebre cercatore Silvanus d’Aurafalce, scomparso proprio durante un’escursione fuori Parvavilla.

Egli ricompone mentalmente i tasselli di quel mosaico finalmente completo di tutti i pezzi e comprende come il genitore deve aver sfortunatamente incrociato la strada della medesima creatura verminosa che oggi ha attaccato Parvavilla, rimanendone malaugurata vittima; pertanto, uno dei tre scheletri che hanno appena ridotto in pezzi deve essere necessariamente il suo.

Impossibilitato a stabilire con certezza quali delle tante ossa sparse sul terreno appartengano effettivamente al defunto padre e quali agli altri due ignoti compagni di sventura, il giovane orfano prende una decisione dettata dal rispetto e dall’affetto: ripone il pugnale nella sua cintura e raccoglie in un ampio sacco previdentemente portato con sé le ossa rinvenute, per poterle mostrare alla madre e poter così dare finalmente, insieme a lei, una degna sepoltura alla salma del padre.

Dasòdis ed i suoi compagni fanno infine ritorno a Parvavilla percorrendo a ritroso la lunga galleria sotterranea e risalendo il pozzo, che per prudenza viene sigillato dai loro compaesani con robuste assi di legno.

Durante il tragitto di rientro, tuttavia, i cinque giovani avventurieri riflettono sugli accadimenti di quel giorno, ed in particolare di come, ancora una volta, essi si siano trovati testimoni di questo misterioso accadimento: i cadaveri di persone appena uccise, come la povera Teodora o il loro maestro Fitòfilo, o i corpi scheletrici di defunti da lungo tempo, come il boscaiolo del villaggio, il povero Silvanus D’Aurafalce ed i due ignoti derelitti che erano con lui tra i rifiuti del Metactone, risorgono spontaneamente e misteriosamente ad uno stato di non-vita, come mai è accaduto fin da quando se ne abbia memoria.

Condotti da tali pensieri i cinque giovani giungono ad un’inevitabile conclusione: che, qualunque sia il motivo, da qualche tempo a questa parte i morti non muoiono…