
Al sorgere del sole, quando i primi raggi color oro vecchio accarezzano i tetti di Parvavilla e mettono in fuga le ombre della notte, la piazzetta del pozzo si risveglia con il rintocco leggero di passi familiari. È una mattina limpida, identica a tante altre: il giorno stabilito della settimana in cui i giovani del paese lasciano le proprie case per adempiere al loro dovere di studenti. Tharraleos Scannabovi è il primo ad arrivare, fermandosi a guardare l’acqua immobile nel fondo del pozzo di pietra. Ha le spalle larghe e le mani abituate alla fatica, come si addice al figlio del più importante allevatore di Aurochs della zona, quei mastodontici bovini primordiali che pascolano nelle radure, nonché erede designato della macelleria del villaggio. Tharraleos respira l’aria fresca del mattino, ancora carica dell’odore di fieno e di terra bagnata, in attesa dei suoi compagni di viaggio. La meta della giornata è la casa arborea del druido Fitòfilo, il saggio precettore che vive nel cuore della foresta di questa parte della Litorania, non lontano dalle sponde del maestoso fiume Potamos, l’uomo a cui tutte le famiglie dei paraggi affidano l’educazione dei propri figli.
Il silenzio della piazza viene presto interrotto dal fischio allegro e ritmato di Filosòma Brandimartello. Il ragazzo, forte e massiccio, avanza fiero come il degno figlio di suo padre, il corpulento fabbro di Parvavilla; porta con sé una borsa di cuoio pesante e lo spirito di chi affronta la vita con la stessa disinvoltura con cui il genitore batte il ferro sull’incudine: “Sei in anticipo tu, Tharraleos, o sono io che ho indugiato troppo davanti ai panini dolci della mia matrigna?”, esclama Filosòma, assestando una pacca amichevole sulla spalla dell’amico. Tharraleos sorride, scuotendo la testa: “Siamo in perfetto orario. Piuttosto, guarda chi arriva…”. Poco dietro di lui, con passi leggeri e un fitto parlottare, compaiono le sorelle Tramapanni, Nigra e Melissa. Figlie del mercante di tessuti e della sarta del paese, le due ragazze portano un tocco di colore e vivacità nel gruppo, indossando abiti dai tagli precisi e dalle stoffe resistenti, cuciti appositamente per le lunghe camminate nei boschi. Melissa, la più giovane, si sistema la borsa a tracolla dove tiene il suo libro di incantesimi ancora da finire di compilare con un gesto fulmineo, mentre Nigra cammina a testa alta, osservando i tetti che si colorano di rosa, fiera della grossa spada che porta al fianco, segno della sua indole guerriera.
Manca solo una persona all’appello, come accade immancabilmente ogni singola volta: il sole è ormai interamente visibile sopra la linea dell’orizzonte quando un ansare affannoso annuncia l’arrivo dell’ultimo del gruppo. È Dasòdis D’Aurafalce, che compare correndo dall’angolo della via principale, con il corpetto di cuoio ancora da finire di allacciare e la sua borsa tracimante strumenti da alchimista ed ingredienti. Figlio dell’erborista di Parvavilla e orfano del celebre ricercatore Silvanus d’Aurafalce, Dasòdis ha ereditato dal padre non solo l’argento vivo addosso, ma anche una curiosità insaziabile e una mira che tutti in paese definiscono prodigiosa. “Arrivo, arrivo! La mamma mi ha trattenuto per farmi controllare l’essiccazione delle scorze di gelso!”, si giustifica il ragazzo, arrestandosi davanti agli amici con le mani sulle ginocchia per riprendere fiato. “Un giorno o l’altro il maestro Fitòfilo ti trasformerà in una felce per punire i tuoi ritardi, Dasòdis”, lo rimprovera scherzosamente Melissa, anche se i suoi occhi ridono.
Il quintetto è finalmente completo e, tra risate, battute e previsioni sulle probabili lezioni di botanica e filosofia che li attendono, si incammina verso la periferia del villaggio. Il sentiero che conduce alla foresta della Litorania è lungo e tortuoso, una striscia di terra battuta che si snoda tra i campi coltivati prima di immergersi nella fitta vegetazione. L’atmosfera è inizialmente spensierata e leggera, intessuta dei sogni e delle speranze di cinque adolescenti che vedono il mondo come un grande palcoscenico ancora da scoprire. I tre maschi camminano in testa alla fila, scherzando sulla forza degli Aurochs e sulle ultime armi forgiate in officina, mentre le sorelle Tramapanni seguono a breve distanza, Melissa raccogliendo piccoli fiori selvatici e Nigra sistemando con frequenza la spada di cui va ostentatamente orgogliosa, ma entrambe commentando la bellezza della vallata.
A metà del cammino, proprio dove il sentiero inizia a costeggiare la foresta e l’ombra degli alberi millenari si fa più densa, il paesaggio subisce un piccolo mutamento. Davanti a loro compare un’aiuola poco estesa, un manto di erba apparentemente comune che ricopre interamente la sede del sentiero su cui stanno viaggiando. Tharraleos, Filosòma e Dasòdis, troppo impegnati a discutere a voce alta, non prestano attenzione alla bizzarra anomalia di quel prato verdeggiante: le foglie d’erba oscillano e ondeggiano in modo strano, con movimenti fluidi e ritmici, nonostante l’aria sia completamente ferma e non vi sia la minima bava di vento. Al centro di questa piazzola, qualcosa di insolito cattura l’attenzione dei tre ragazzi: un riflesso biancheggiante spicca tra i fili d’erba. Mossi dalla curiosità e convinti si tratti di un oggetto smarrito, i tre avanzano senza alcuna cautela, calpestando il terreno erboso.
Le sorelle Tramapanni, rimaste qualche passo indietro, si arrestano di colpo. Melissa, dotata di un intelletto sveglio e di uno spirito di osservazione fuori dal comune, scruta la piazzola con le sopracciglia accigliate. Si volta verso la sorella maggiore e, con voce dubbiosa e improvvisamente seria, le chiede: “Nigra, ricordi se questa piazzuola erbosa ci fosse anche la settimana scorsa? A me sembra che qui ci fosse solo terra battuta…”. Nigra, che è più lenta di mente quanto più forte di braccio, non fa nemmeno in tempo a rispondere, perché l’attenzione di entrambe viene catturata da ciò che i tre ragazzi hanno appena ritrovato al centro dell’aiuola: semicoperto dalla vegetazione, giace lo scheletro candido di un uomo.
Tharraleos, Filosòma e Dasòdis si bloccano, colti da un brivido, e si chinano a osservare quei resti: esaminano l’equipaggiamento logoro e arrugginito per cercare di capire l’identità dello sventurato, ma la loro totale concentrazione sulla loro scoperta impedisce loro di accorgersi che, sotto i loro piedi, la vegetazione ha smesso di ondeggiare e ha iniziato ad allungarsi, avvinghiandosi rapidamente alle loro calzature e alle loro caviglie.
È Nigra la prima ad accorgersi del pericolo mortale che sta stringendo i suoi amici in una morsa vegetale. Con il cuore in gola, lancia un grido d’allarme che lacera il silenzio del bosco: “Fermatevi! Andate via di lì! Siete finiti in mezzo a un’aiuola di Erba Assassina!”. L’Erba Assassina è una pianta erbosa particolarmente insidiosa: una trappola perfetta della natura che si confonde con la comune gramigna; tuttavia, non appena viene calpestata da una preda vivente, si anima di una furia cieca, aggrovigliando rapidamente le sue lunghe foglie taglienti attorno alle gambe delle vittime per intrappolarle completamente a terra, tagliuzzandone le carni fino alla morte per poi assorbirne gli umori e le parti organiche che si putrefano nel terreno, lasciando intatti solo i vestiti, le ossa e l’equipaggiamento metallico.
I tre ragazzi tentano immediatamente di arretrare, ma la presa della gramigna è feroce e stringe con la forza di corde di canapa. Mentre lottano per liberarsi, un rumore sinistro attira il loro sguardo verso il centro dell’aiuola: il cadavere d’ossa che giaceva immobile inizia a sussultare. Con scatti innaturali e il crepitio delle articolazioni secche, lo scheletro comincia a sollevarsi dal terreno, animato da una misteriosa forza oscura e dal chiaro intento di aggredire i giovani intrusi. Il terrore subentra all’allegria del mattino. Tutti iniziano a gridare, i ragazzi si dimenano nel tentativo di distruggere lo scheletro semovente e, allo stesso tempo, cercano di recidere i fili dell’Erba Assassina che penetrano nei tessuti delle calzature.
Mentre il gruppo è completamente assorbito da questo scontro mortale su due fronti, un’ombra felina si muove tra i cespugli circostanti. Attirato dagli schiamazzi e dalle vibrazioni, un giovane Rovispino si avvicina strisciando, pronto a tendere un agguato. Questa pericolosa pianta zoomorfa si presenta come un terribile arbusto semovente di rovi acuminati dalla forma e le movenze di un felino di medie dimensioni. Con uno sforzo coordinato, Tharraleos usa la sua forza per sferrare un pugno poderoso che frantuma il cranio dello scheletro, facendolo crollare a terra un istante prima che il Rovispino balzi fuori dalla macchia per azzannarli. Lo scheletro è sconfitto, ma i tre ragazzi sono ancora bloccati dalle foglie taglienti dell’erba e non possono fuggire di fronte al nuovo predatore vegetale.
Melissa e Nigra, rimaste saggiamente fuori dal perimetro dell’erba carnivora, fanno tutto il possibile per aiutare i compagni, colpendone i viticci esterni con spada e bastoni, ma la situazione si fa disperata. È in quel momento che Dasòdis e Filosòma hanno un lampo d’ingegno: il corpulento Brandimartello infila la mano nella sua borsa, estrae una boccetta d’olio per lanterne e, usando una pietra focaia, le appicca fuoco con mani tremanti, ma decise.
“Dasòdis, prendi questa e mira bene!”, urla Filosòma passando la boccetta fiammeggiante all’amico. Dasòdis afferra l’improvvisato ordigno, calcola la traiettoria con la sua straordinaria precisione e scaglia la boccetta esattamente ai piedi del Rovispino. Il vetro si frantuma, l’olio infiammato divampa all’istante, investendo l’arbusto felino e propagandosi rapidamente all’Erba Assassina. Il Rovispino, avvolto dal fuoco e preso dal terrore, fugge di gran lena scomparendo tra la boscaglia, mentre l’aiuola bruciante molla finalmente la presa sulle sue vittime per via del calore. Aiutati dalle sorelle Tramapanni, i tre ragazzi riescono a trascinarsi fuori dal fumo, mettendosi in salvo sul sentiero terroso oltre l’incendio.
Il gruppetto di giovani avventurieri si siede a terra, ansimando vistosamente, il cuore a mille per la concitazione dello scontro e per il grande spavento. Guardano in silenzio l’Erba Assassina che crepita e si consuma velocemente sotto le fiamme, trasformandosi in cenere nera. Quando l’aiuola finalmente si spegne del tutto, lasciando salire nell’aria un fumo denso e acre, Tharraleos si alza e si avvicina con cautela per recuperare i resti rimasti sul terreno. Spostando la cenere con un ramo, ritrova qualche moneta d’argento annerita, un paio di fibbie di metallo ormai inutili ed un’accetta da legna dal manico parzialmente bruciato: “Questa accetta… apparteneva al vecchio boscaiolo che abitava nella capanna fuori Parvavilla…”, sussurra Tharraleos, riconoscendo le incisioni sul metallo. “Dunque era lui”, commenta Filosòma pulendosi il viso dalla fuliggine. Eppure, mentre riprendono il cammino, un profondo mistero aleggia nei loro pensieri: come è possibile che lo scheletro di un uomo comune sia risorto ad una simile non-vita, attaccandoli con tanta ferocia non appena si sono avvicinati?
Il mistero si infittisce e l’allegria iniziale svanisce del tutto, sostituita da una crescente inquietudine mentre i cinque giovani si rimettono in viaggio verso il cuore della foresta. Dopo aver camminato per un’altra ora in un silenzio quasi religioso, raggiungono finalmente la radura dove sorge la maestosa casa arborea del loro precettore. La struttura, mirabilmente integrata tra i rami di un gigantesco albero secolare, appare però stranamente cupa: le finestre hanno gli scuri completamente serrati e la porta d’ingresso è sbarrata, come se Fitòfilo non fosse in casa o non volesse ricevere visite. I ragazzi si fermano alla base del tronco, con il naso all’insù, facendo mille ipotesi sul motivo per cui l’anziano druido non sia uscito ad accoglierli come fa di consueto, ed interrogandosi su come comportarsi.
È di nuovo Nigra ad accorgersi che qualcosa non va. Il bosco intorno a loro è diventato troppo silenzioso: gli uccelli hanno smesso di cantare. Guardando tra i cespugli e le radici aeree dell’albero, la ragazza nota una moltitudine di ombre pelose in movimento. In perfetto silenzio, il gruppo è stato completamente circondato da uno sciame di Aranee, aracnidi mostruosi e pelosi, ognuno grosso quanto la mano aperta di un uomo adulto.
“Siamo accerchiati! Schiena contro schiena, adesso!”, ordina Tharraleos con fermezza. Guidati dall’istinto di sopravvivenza, i cinque giovani si dispongono immediatamente a cerchio, coprendosi le spalle a vicenda. Quando le Aranee balzano in avanti mostrando le piccole fauci pronte ad addentare, i ragazzi sostengono la battaglia con ogni mezzo a loro disposizione.
Dopo un breve e concitato scontro, proprio quando sembra che il numero schiacciante dello sciame stia per sopraffarli e le prime ferite iniziano a bruciare sulla loro pelle, accade qualcosa di inaspettato. Improvvisamente, come obbedendo a un comando invisibile, gli aracnidi interrompono l’assalto, si voltano e si disperdono rapidamente tra la vegetazione.
I ragazzi esultano per un breve istante, convinti di averli in qualche modo spaventati o respinti con il loro coraggio, ma l’illusione dura pochissimo. Un flebile rumore di rami spezzati e fili tesi risuona proprio sopra le loro teste. Voltandosi con il cuore in gola, i cinque giovani vedono uno spettacolo agghiacciante: dal tetto della casa arborea si sta calando lentamente un grosso Metaragno, un aracnide titanico dalle zampe lunghe e robuste, grande quanto un giovane equino, che si muove lungo un filo di bava argentea con il chiaro intento di fare di loro il suo prossimo banchetto.
Invece di lasciarsi prendere dal panico, i cinque intrepidi adolescenti sentono nascere dentro di loro una nuova determinazione: il nucleo di quella maturità che le avversità stanno forgiando. Mentre Tharraleos, Filosòma, Nigra e Melissa serrano i ranghi e si preparano all’inevitabile e micidiale scontro con il gigantesco aracnide, Dasòdis si separa dal gruppo e scatta verso la scala della casa arborea. Raggiunta la porta dell’anziano druido, estrae i suoi piccoli strumenti di metallo e si appresta a scassinare l’uscio con dita tremanti, nel tentativo disperato di garantire al gruppo una via di fuga o un rifugio sicuro in caso di ritirata.
Il combattimento contro il Metaragno è estenuante e brutale: la creatura sibila e sferza l’aria con le zampe anteriori, ma i ragazzi rispondono colpo su colpo, schivando i morsi velenosi. Con un’azione combinata, Tharraleos e Filosòma riescono a ferire gravemente l’addome del mostro, mentre Nigra si avventa su una delle sue zampe recidendola di netto con la sua spada: la creatura emette un fischio stridulo e, vistosi in grave difficoltà, batte in ritirata arrampicandosi rapidamente verso la sommità di un albero vicino, scomparendo nel fitto delle sue chiome. Approfittando del momento e vedendo che Dasòdis è finalmente riuscito a far scattare la serratura, i cinque si rifugiano con prudenza all’interno della casa arborea, sbarrando la porta per potersi riposare e medicare le ferite sanguinanti.
All’interno dell’abitazione l’atmosfera è surreale. I ragazzi si guardano intorno e trovano ogni cosa in perfetto ordine, esattamente come doveva essere per l’inizio della loro lezione settimanale: i libri sono disposti sul grande tavolo di legno, le pergamene sono pronte e gli inchiostri sono allineati. Tuttavia, l’aria è viziata e la casa sembra non essere mai stata aperta dopo la notte precedente; tutto suggerisce che Fitòfilo avesse preparato ogni cosa la sera prima e poi non si fosse mai svegliato al mattino per accoglierli. Presi da questo inquietante e gelido pensiero, i tre maschi avanzano lungo il corridoio e si dirigono a passi felpati verso la stanza da letto del loro precettore. Spingendo lentamente la porta accostata, i loro peggiori timori trovano conferma: il corpo dell’anziano druido si trova ancora nel letto, ma è interamente avvolto in una voluminosa e fitta tela di ragno, simile ad un macabro bozzolo bianco. Evidentemente, il povero Fitòfilo è stato colto nel sonno dal Metaragno che i ragazzi hanno appena messo in fuga, il quale lo ha paralizzato ed insaccato per consumarlo in seguito.
“Ragazzi forse siamo ancora in tempo… Forse, dentro quel bozzolo, il vecchio druido è ancora vivo!”, esclama Tharraleos, rompendo il silenzio con un filo di speranza nella voce. Dasòdis e Filosòma si affrettano immediatamente verso il letto e, usando i loro coltelli, iniziano a recidere con delicatezza mista a frenesia i fili della tela per liberarlo. Nel frattempo, Nigra e Melissa perlustrano il resto della casa con il cuore colmo di tristezza; in un angolo dello studio ritrovano i vestiti dell’uomo ed il suo bordione, un bastone di legno antico intarsiato di rune e sormontato da un voluminoso cristallo. Guidate da un sinistro sesto senso, le due sorelle raggiungono i compagni nella stanza da letto proprio nell’istante in cui i ragazzi terminano di liberare il corpo dell’anziano precettore. Il druido giace immobile, con gli occhi chiusi, apparentemente addormentato.
Filosòma, sperando di scuoterlo dal torpore del veleno, afferra le spalle della salma inanimata e la scuote vigorosamente, chiamandolo ad alta voce: “Maestro! Maestro Fitòfilo, svegliatevi! Siamo noi!”. Di colpo, il corpo si risveglia con uno scatto violento, ma lo spettacolo che si presenta agli esterrefatti alunni è terrificante: il volto dell’anziano è deformato da una sorta di rabbia famelica e innaturale; la sua bocca si spalanca in un ruggito lamentoso e gutturale, mentre gli occhi vitrei, privi di qualsiasi scintilla di barlume umano, fissano il vuoto in uno sguardo cieco, assente e spietato. Non ci vuole molto ai cinque ragazzi per comprendere la tragica realtà: il loro amato maestro è stato ucciso dal veleno del ragno e ora, proprio come lo scheletro del boscaiolo incontrato sull’Erba Assassina all’inizio del loro viaggio, è risorto in uno stato di mostruosa e inspiegabile non-vita.
Lo zombi del vecchio druido non riconosce ovviamente i suoi adorati alunni: spinto solo da una fame ottusa, frenetica ed implacabile, si scaglia contro di loro senza alcuno scrupolo, protendendo le mani nodose dalle unghie affilate. Ai cinque giovani, con le lacrime agli occhi per l’orrore ed il dolore di quel tradimento del destino, non resta che affrontare il loro stesso precettore non-morto per difendere le proprie vite e non venire uccisi a loro volta. Fortunatamente lo scontro si rivela piuttosto breve: il cadavere semovente del povero Fitòfilo è gracile e debilitato dall’età e dal veleno, e le sue ossa si spezzano facilmente sotto i colpi disperati, ma potenti dei giovani e robusti ragazzi. Con un ultimo gemito sommesso, il corpo del druido cade a terra, finalmente esanime ed immobile per sempre.
Una volta assicuratisi che le sofferenze del loro istruttore siano definitivamente cessate e che il corpo non si solleverà più, i cinque adolescenti si guardano intorno, profondamente scossi. La stanza è silenziosa, ma una nuova paura si fa strada nei loro cuori: il timore che il gigantesco Metaragno ferito possa fare ritorno da un momento all’altro per vendicarsi della sua preda sottratta e dei danni subiti. “Dobbiamo andarcene da qui, subito. Dobbiamo tornare a Parvavilla e raccontare tutto ai nostri genitori e agli altri abitanti del villaggio!”, dice Melissa con la voce che trema leggermente, ma lo sguardo fermo. Tutti concordano, capendo che la foresta non è più un luogo sicuro e che qualcosa di oscuro si sta diffondendo in quella regione.
Prima di lasciare in fretta l’abitazione arborea nascosta tra le fronde, Tharraleos ed i suoi compagni capiscono che avranno bisogno di prove tangibili per convincere gli altri adulti del villaggio della veridicità di un racconto così incredibile e spaventoso. Così, Dasòdis si avvicina al tavolo e prende con rispetto il falcetto d’argento del defunto druido, mentre Melissa raccoglie il suo prezioso bordione, insieme al suo antico libro di sortilegi, custode di segreti che ora spetta a lei proteggere. Raccolte queste poche cose, i cinque escono svelti dalla casa del morto, lasciandosi alle spalle l’ingenuità dell’infanzia e scendendo rapidamente i gradini di legno verso il sentiero che li ricondurrà a casa, terrorizzati dall’idea che qualche altro insidioso pericolo possa coglierli ora che sono stremati, esausti ed affranti nell’animo.
Il tragitto di ritorno verso Parvavilla viene percorso a passo lento, molto diverso dalla marcia spedita e allegra del mattino. Il sole è già poco oltre il culmine del suo arco quando i cinque ragazzi camminano lungo la striscia di terra battuta, con lunghi e pesanti intervalli di silenzio che avvolgono il gruppo. Le poche frasi pronunciate a bassa voce servono solo per mettersi d’accordo su come presentare i fatti e su cosa racconteranno esattamente alle loro famiglie una volta giunti a destinazione. Sanno che nulla sarà più come prima: i fatti di quella giornata li hanno uniti in maniera speciale, ma hanno anche instillato nei loro cuori la consapevolezza che il mondo oltre i sicuri limiti del loro villaggio è vasto, misterioso e ricolmo di ombre che solo i giorni a venire decideranno se loro sono in grado di sconfiggere…