Il primo appuntamento

Dopo aver ricevuto e risposto alla richiesta di corteggiamento del figlio del Conte De’Firmis, Aureliana e sua madre Amarillia organizzano una merenda in casa per poterlo invitare; allora il padre Crisogono fa recapitare l’invito al Conte De’Firmis e Valente accetta senza indugio.

Il giorno dell’appuntamento il Figlio del Conte si presenta a casa Cælatoris con un mazzo di fiori dei giardini della sua tenuta ed un cesto ricco di frutta, miele e cera degli alveari di famiglia. Il nobiluomo viene annunciato dal maggiordomo ed entra nel salotto dove tutta la famiglia è in piedi ad attenderlo: è splendido nel suo vestito ed affascinante nei suoi modi, tanto che la Madamigella è in estasi davanti alla visione del giovane.

La famiglia Cælatoris tutta si profonde in un inchino riverente a cui Valente risponde con un cenno rispettoso ed un saluto formale, ma sincero, quindi porge il cesto ad Amarillia, la quale ringrazia forse con un po’ troppo entusiasmo. In ultimo, Valente rivolge il suo saluto ad Aureliana, mentre le porge il mazzo di fiori, ed il suo sguardo si apre in un’evidente ammirazione quando incrocia gli occhi di lei: le guance di entrambi si velano di un malcelato rossore.

Dopo un breve scambio di convenevoli (che forse Amarillia avrebbe voluto più lungo) Crisogono cede il passo alla moglie ed alla figlia minore indicando l’altra estremità dell’ampio salotto, dove la famiglia prenderà posto per lasciare la coppia di innamorati alla loro merenda in relativo isolamento.

Come etichetta comanda, Aureliana si siede per prima al tavolino, mentre Valente attende in piedi, di fianco alla sedia predisposta per lui. La Madamigella alza lo sguardo verso il giovane nobiluomo, leggermente sorpresa che egli non si accomodi, poi però volge lo sguardo verso l’altra ala del salotto e capisce che il figlio del Conte, parimenti a suo padre Crisogono, attendono che tutte le dame siano sedute prima di prendere posto anch’essi: la fanciulla posa nuovamente gli occhi sulla figura del suo pretendente e le sue pupille si dilatano per l’incontenibile moto di venerante ammirazione che sente avvampargli il cuore.

Valente prende dunque posto al tavolino difronte ad Aureliana, mentre dall’altra parte dell’ampio salone, su di un divanetto, intente a fingere di leggere e cucire siedono la madre Amarillia e la sorella minore Brionia, il capofamiglia invece è seduto su di una poltrona posizionata in modo da poter conversare con moglie e figlia e di vedere ad un tempo Valente ed Aureliana. In piedi sulla soglia e in disparte la servitù rimane a disposizione.

Una volta che tutti sono accomodati ai rispettivi posti, subito la domestica entra portando il carrello con gli infusi e le merende e lo dispone vicino al tavolino già imbandito con tazze e piattini, quindi si ritira rapidamente. Sul carrello fanno bello sfoggio di sé, oltre ad una teiera d’acqua fumante, un vassoio scompartato con gli ingredienti per infusi al rabarbaro, allo zenzero, al tè verde, alla melissa ed al lampone; accanto, tre vassoi di medesima grandezza propongono al palato biscotti, focaccine al miele e panini dolci.

Quel brevissimo lasso di tempo prima che la Madamigella, come galateo impone, si appresti a servire il suo ospite, offre ai due giovani l’opportunità di scambiarsi i primi sguardi complici in silenzio, creando un attimo di fremente tensione che rende l’atmosfera piacevolmente sospesa, come in un idillio.

Aureliana, ostentando leggiadra sicurezza, impugna la teiera di porcellana con l’acqua bollente, mentre in un silenzio teso sente gli occhi di Valente fissi sui suoi gesti; quindi, con un approccio sottilmente audace, offre al suo nobile ospite un mezzo sorriso complice e gli chiede quale preferisce tra gli infusi disponibili.

Il Figlio del Conte guarda incantato la Madamigella ed è difficile capire cosa esattamente attraversi i suoi pensieri: sembra che oltre il suo aspetto trovi nei suoi modi e nella sua voce un innesco che possa riaccendere la speranza nel suo cuore, evidentemente troppo a lungo sopita. Dopodiché risponde, in modo elegante e pacato come sempre, che, per quanto ammirando gli occhi della giovane che gli sta davanti dovrebbe rasserenare il suo animo con un sorso di melissa, sfiderà la sorte affidandosi al gusto forte e familiare del tè verde.

Allora, con misurata sollecitudine, Aureliana versa nella tazza del suo ospite un cucchiaino di tè, quindi con attenzione aggiunge l’acqua calda, dopodiché prende il piattino con la tazza e glielo passa, trattenendo la presa quel tanto che basta ad incrociare lo sguardo di Valente mentre lo afferra: il silenzio incornicia così quell’istante in cui con gli occhi i due giovani innamorati sembrano volersi scambiare l’anima. Poi però, l’audace Madamigella sente il ventaglio di sua madre accelerare rumorosamente il suo moto dall’altra parte del salotto e subito ne afferra il muto rimprovero, così abbassa lo sguardo arrossendo leggermente e posa la teiera.

Dopo un’istante di indecisione, la Madamigella sceglie di imitare il suo ospite e si prepara anch’essa un infuso di tè verde, che, essendo la bevanda più costosa, potrebbe farla sembrare un po’ sfarzosa, tuttavia essendo stata l’opzione del suo spasimante, azzardare una scelta coordinata lancia un segnale deciso e coinvolgente.

Il Figlio del Conte solleva la tazza calda, ne respira il profumo e prende un piccolo sorso guardando la compagna dritto sopra l’orlo della porcellana, poi la riappoggia con un sorriso magnetico e rompe il ghiaccio affermando: “Questa miscela è squisita, Madamigella Aureliana, ma suppongo che sia il vostro tocco a rendere tutto ciò che vi circonda così armonioso, come quell’unica danza che abbiamo condiviso in quella serata così burrascosa… La vostra compagnia al ballo ha illuminato il mio tempo come non succedeva da tanto, ma purtroppo si è trattato di un momento così breve che ho temuto fosse solo l’incantesimo di una notte, bruscamente interrotto da eventi inaspettati che per fortuna, e grazie a voi, si sono risolti felicemente. Devo confessarvi però che da quella sera la mia mente non ha fatto altro che cercare il modo di ritrovare la grazia di quella beatitudine condivisa al vostro fianco. Perciò ringrazio vostro padre per avermi concesso questo tavolo e voi, Aureliana, per la vostra compagnia e questo infuso…”.

Le parole di Valente fluttuano nell’aria del salotto, calde e cariche di significato. In disparte, Aureliana sente il leggero fruscio del ventaglio della madre Amarillia, segno che l’audacia del nobile ospite non è passata inosservata, tuttavia vede il suo corteggiatore fissarla, in attesa di capire se il suo sentimento è ricambiato, perciò decide di rispondere con un approccio timido e devoto, nell’intento di indirizzare la conversazione verso un seguito più intimo, così abbassa leggermente lo sguardo sulla sua tazza, attendendo di sentirne il lieve calore sulle guance prima di ritrovare gli occhi di Valente e rispondere: “Siete fin troppo generoso, mio signore, la vostra lettera a mio padre è stata un onore tanto inaspettato quanto gradito. Se quell’unica danza vi è parsa breve, posso solo sperare che il tempo trascorso nella nostra casa sappia offrirvi una conversazione altrettanto piacevole…”.

Notando che sua madre ha approva molto il suo decoro, la giovane spera che il suo ospite si senta rassicurato dal suo interesse, e la reazione del nobiluomo la rassicura immediatamente: il suo sguardo si addolcisce ulteriormente, posa la tazza e si sporge leggermente in avanti, poi, abbassando di un tono la voce per non farsi sentire troppo dai genitori di lei, sussurra: “Vi assicuro, Aureliana, che nessuna conversazione potrebbe annoiarmi se pronunciata dalla vostra deliziosa voce. Immagino che il vostro canto sia altrettanto melodioso: posso strapparvi la promessa di concedermi l’onore di ascoltarvi in un prossimo futuro o temete che il mio cuore non possa reggere tanta bellezza?”.

Leggermente intimidita dalla richiesta, la Madamigella non nega la possibilità che accada, quindi sposta abilmente la conversazione su argomenti a lei più famigliari, cercando di incantare il giovane pretendente nonostante la sua poca esperienza in cose amorose.

Valente l’ascolta rapito e c’è un momento di profonda complicità tra i due giovani, tanto che persino la servitù in disparte sembra muoversi con più discrezione per non spezzare l’atmosfera. Poi, notando che le tazze di entrambi si sono intiepidite, la Madamigella prende nuovamente la teiera per versare dell’acqua bollente. Il nobiluomo osserva il fumo che sale dalla porcellana e sospira, mostrando un’espressione improvvisamente più seria, poi si confida: “Parlare con voi Aureliana libera il mio animo… È un’evasione deliziosa, ma la verità è che le nostre vite non appartengono del tutto a noi: io sono il figlio del Conte e voi la figlia di un più che rispettabile cittadino, siamo entrambi legati da fili invisibili ai doveri delle nostre famiglie, alle aspettative di chi ci ha preceduto… A volte mi chiedo se siamo davvero liberi di scegliere il nostro destino o se siamo solo attori che recitano un copione già scritto da altri…”.

La Madamigella è sorpresa dall’inaspettata nota di malinconia che ha rappreso l’atmosfera, fino ad un istante prima così leggera, perciò cerca di formulare rapidamente una risposta che possa dissimulare il suo momentaneo disorientamento e mostrare ad un tempo al suo interlocutore la sua prontezza di spirito, quindi versa l’infuso nella tazza del suo ospite con mano ferma, e guardandolo con risolutezza dichiara: “Il dovere è una gabbia dorata, mio signore, ma la chiave è nella nostra mente: credo che persino sotto il peso delle aspettative più grandi, un animo forte possa trovare il modo di tracciare la propria strada e scegliere chi amare e come vivere…”.

Mentre ancora finisce di parlare un silenzio denso cala sul tavolino, Valente la fissa in modo strano, quasi febbrile, poi allunga la mano verso il piattino dei biscotti nell’atto di prenderne uno, ma i suoi movimenti sembrano rigidi: le sue dita sfiorano accidentalmente – o forse deliberatamente – quelle della giovane padrona di casa, che sono ancora posate vicino alla teiera. La Madamigella sa che questo tipo di contatto è severamente proibito dall’etichetta, specie sotto gli occhi dei propri genitori, e tuttavia sente il calore della pelle del suo spasimante, ma nota anche che la sua mano trema leggermente, perciò, trascinata dall’emozione del momento, tenta un azzardo: anziché ritrarre la mano, accoglie il gesto del suo ospite con intensità, girando leggermente il palmo e permettendo alle dita di entrambi di sfiorarsi in un modo che, dietro la teiera, resti invisibile ai suoi genitori, e ad un tempo guardando il Figlio del Conte dritto negli occhi cercando di trasmettergli tutto il proprio sostegno.

Valente ricambia lo sguardo della Madamigella con un’intensità tale da creparle l’anima: ella scruta nella profondità dei suoi occhi limpidi il bagliore di una supplica che le spezza il fiato, d’un tratto Aureliana viene investita da un moto incontenibile di commozione ed empatia ed è sul punto di compiere uno slancio folle quando improvvisamente, come risucchiato da un gorgo di profonda disperazione il giovane nobiluomo si rapprende, ritira la sua mano e distoglie lo sguardo, mentre la sua postura si fa bruscamente rigida come quella di un soldato di legno.

Il silenzio torna a farsi denso nel salotto. Il Figlio del Conte solleva nuovamente la tazza di porcellana per bere un sorso, ma a metà strada la sua mano ha un tremore innaturale, quasi ritmico, come se i suoi muscoli rispondessero ad un comando invisibile. La Madamigella nota subito quel moto convulso e sente un brivido scorrerle lungo la schiena, tuttavia decide di non darlo a vedere per non allarmare i suoi genitori: stringe le dita attorno al tuo fazzoletto, ma resta immobile, in vigile attesa e studiando ogni minimo movimento del giovane che ha difronte.

Valente pare accorgersi del tremore della sua mano e mentre lotta per controllarlo ogni traccia di calore svanisce dal suo volto, poi d’un tratto i suoi occhi, prima così espressivi e magnetici, diventano vitrei, privi di luce, come le gemme incastonate in una statua tombale: fissa un punto indefinito nel vuoto, oltre la figura di Aureliana, completamente sordo alla sua voce o ai rumori della stanza. Infine le sue labbra si muovono, ma la voce che ne esce non sembra nemmeno più la sua; è sempre pacata, ma affranta e rassegnata, come presa da una disperazione ineluttabile, e le sue parole scorrono fluide e tragiche: “Talvolta la mano non serve il suo corpo, ma un altro padrone…”. E mentre il suo sguardo si inumidisce aggiunge: “Quando la madre ordina, il figlio deve obbedire, non c’è scelta per lui…”.

Aureliana resta col fiato sospeso. Passano due secondi interminabili, poi Valente sbatte rapidamente le palpebre due volte, un profondo respiro gli gonfia il petto ed il colore torna di colpo sulle sue guance: sorride con quel suo magnetismo disarmante, guardando la giovane che gli sta davanti come se nulla fosse accaduto e riprendendo il filo del discorso precedente. Evidentemente non si è accorto di nulla di ciò che è appena successo, ma le parole che ha appena pronunciato risuonano nella mente della Madamigella come un anatema: i suoi famigliari e la servitù sono troppo lontani per aver colto la frase, ma ella ha sentito tutto.

Il Figlio del Conte ora la guarda con due occhi pieni di dolcezza e venerazione, del tutto ignaro del brivido che le ha causato con le sue parole, e questa vulnerabilità nascosta dietro il fascino del nobiluomo le stringe il cuore: in particolare le parole sulla “madre” le pesano sul petto, ma ella sente che deve reagire, e prontamente. Così manda al diavolo ogni decoro: allunga deliberatamente la mano sul tavolino e posi le sue dita su quelle del suo corteggiatore, che sono ancora fredde. È un contatto saldo, caldo, che vuole ricondurlo alla realtà. Lei lo guarda con un’intensità quasi dolorosa, custodendo il suo terribile segreto in silenzio, poi sussurra: “Sono qui, Valente: siete al sicuro con me in questa casa…”.

Il Figlio del Conte ha un sussulto: il calore della mano della Madamigella sembra curare in lui una ferita invisibile. Abbassa lo sguardo ed osserva le mani unite di entrambi con uno stupore che subito si scioglie in un moto di profonda gratitudine, dopodiché si riscuote del tutto dal torpore: nei suoi occhi brilla una luce nuova, una gratitudine così profonda che le parole faticano ad esprimerla, ma cerca comunque di ricomporsi in un atteggiamento di perfetto decoro. Poi accenna un sorriso sornione, ed incoraggiato dall’intima confidenza che la giovane padrona di casa gli ha concesso, tenta una mossa audace per non perderla: “Madamigella Aureliana, confesso che la vostra presenza ha una virtù lenitiva che nessun monaco o farmacista a La Cittadella possiede: come già provai durante l’intimità del nostro abbraccio danzante mi sento rigenerato dalla vicinanza della vostra sola presenza, ma sento anche che questo salotto, per quanto delizioso, stia diventando troppo stretto per tutto ciò che vorrei scoprire di voi…”.

Al che però si ferma, come se si stesse rendendo conto di aver azzardato troppo, allora, per mascherare l’imbarazzo e ritrovare il contegno da perfetto gentiluomo, il suo sguardo vaga per la stanza e si posa sulla piccola libreria in legno di noce alle spalle della giovane borghese, quindi riprende a parlere: “Vedo che la vostra casa custodisce una splendida collezione di volumi, Madamigella Aureliana”, dice accennando alla vetrina con un sorriso amabile: “Mio padre sostiene che i borghesi accumulino libri solo per mostrare il proprio censo, ma io sono convinto che la scelta dei titoli riveli la vera natura dell’anima. Ditemi, vi dedicate maggiormente alla lettura dei resoconti storici dei nostri feudi, o preferite lasciarvi cullare dai racconti di gesta leggendarie?”.

La Madamigella rimane un po’ stranita, ma intuisce l’approdo a cui il suo corteggiatore probabilmente mira, così cerca di assecondarlo e, anche se in quel momento i libri sono l’ultimo dei suoi pensieri, risponde di getto con un’affermazione leggermente allusiva: “Le antiche leggende ed i miti hanno un fascino unico, mio signore: spesso nascondono verità dimenticate che i resoconti ufficiali preferiscono non raccontare”.

Valente annuisce, visibilmente compiaciuto dalla sua risposta, ed usa le sue stesse parole come il perfetto trampolino di lancio per il suo scopo: “Allora condividiamo un’affinità d’intenti che non possiamo permetterci di non coltivare, Aureliana, e se questa modesta, ma raffinata libreria vi appassiona, dovete assolutamente concedermi l’onore di scortarvi alla Biblioteca Cittadina al nostro prossimo appuntamento. Se voi mi date il vostro consenso parlerò stasera stessa con vostro padre per ottenere il suo formale permesso…”.

Tuttavia, mentre sta ancora finendo la frase, il rossore che avvampa sul viso della giovane ragazza al pensiero già del prossimo incontro è una tacita dichiarazione del suo assenso, perciò il nobile pretendente si alza in piedi con disinvolta confidenza, anche perché il sole calante detta l’ora del congedo. Prima che i genitori dei lei si avvicinino per i saluti finali, però, si china leggermente verso Aureliana, mentre la sua voce si fa un sussurro basso, udibile solo da lei, ed i suoi occhi lanciano un lampo di maliziosa intesa: “E poi, Madamigella, la Biblioteca è un luogo più vasto ed intricato di un salotto, fatto di corridoi silenziosi ed angoli d’ombra: è un posto pubblico, certo, ma i monaci badano più che altro a custodire il silenzio e i ventagli delle madri e gli occhi della servitù faticano a seguire ogni singolo passo… Non trovate che sia un luogo squisitamente intimo per continuare a conoscerci?”.

L’animo di Aureliana è in deliquio al pensiero del prossimo incontro con il suo corteggiatore in Biblioteca, ma si rende anche conto che comunque, un invito formulato in questo modo, con il consenso di suo padre ormai implicito ed il peso del rango del Figlio del Conte, non può essere rifiutato senza recare offesa. Perciò, mentre gli accenna un inchino di assenso, il suo cuore batte forte più che mai: tra i corridoi delle librerie stipate di testi antichi, oltre a godere della vicinanza del suo pretendente, forse avrà anche la possibilità di indagare sulla misteriosa frase che si è lasciato sfuggire.

Infine, Valente si raddrizza per prepararsi al congedo dalla famiglia Cælatoris e la maschera formale del nobiluomo si ripalesa, ma lo sguardo che i due giovani innamorati si scambiano è ormai carico di una promessa elettrica. La madre Amarillia si avvicina con un sorriso compiaciuto, mentre il padre Crisogono stringe calorosamente la mano al figlio del Conte, suggellando con lo sguardo l’accordo per l’appuntamento successivo. I servitori si affrettano ad aprire il grande portone di legno del salotto, pronti a scortare l’illustre ospite alla sua carrozza.

Il nobile spasimante compie un ultimo, impeccabile inchino, e portandosi la mano al cuore prende commiato: “I miei più profondi ringraziamenti a questa splendida casa per l’ospitalità. Madamigella Aureliana… che i vostri giorni siano lievi fino al nostro prossimo, attesissimo incontro”. Nel pronunciare questo saluto, i suoi occhi brillano di un afflato così palese, sincero ed adorante che per un istante persino la stanza sembra scomparire: è il volto di un uomo follemente rapito, il cui cuore batte ormai solo per la sua Madamigella. E lei risponde con una profonda riverenza, ma dentro l’emozione divampa: sente le guance in fiamme ed il petto sussultare in un’estasiata, travolgente, corrispondenza a quel sentimento. Lo ha desiderato fin dal primo ballo, ed ora sa che lui è suo, legatissimo a lei da un filo invisibile, ma potentissimo.

Così, mentre la carrozza del Conte si allontana nel crepuscolo, Aureliana resta a fissare la porta socchiusa, sospesa tra il brivido di un amore da favola e l’ombra di un possibile, tremendo segreto che si sente più che determinata a scoprire…