Ancora sconvolti per le scoperte fatte con la lettura dei preziosi documenti ritrovati nell’ufficio segreto del defunto alchimista, Terione, Palamede, Dryas, Angelica ed Aureliana si chiedono cosa mai potrebbe nascondersi nella parte di sotterraneo rimasta inesplorata. Tuttavia i cinque avventurieri sono esausti, perciò decidono di far ritorno alle loro case e rimandare al giorno successivo ogni ulteriore esplorazione: a cominciare da quella porta che hanno lasciato loro malgrado chiusa sul mistero di ciò che potrebbe ancora celarsi nei meandri del tempio nascosto.
Ognuno fa dunque ritorno al proprio focolare, ma tra tutti quanti, ad attendere la Madamigella c’è una sorpresa: a sera, dopo la cena, suo padre Crisogono, con un misto di imbarazzo e trepidazione, le confessa di aver ricevuto una missiva di spessore e, mentre la madre Amarillia trattiene a stento il suo entusiasmo, le rivela che il mittente è niente meno che il figlio del Conte, Valente; quindi, mostrandole lo scritto, le dichiara che egli darà il suo consenso soltanto se lei darà una risposta positiva.
Ancora basita ed eccitata, Aureliana quasi strappa di mano la pergamena a suo padre ed inizia a divorarne con gli occhi lo scritto, che recita: «Illustre Mastro Crisogono Cælatoris, Vi scrivo, ancora sotto l’incanto delle recenti celebrazioni presso la Casa del Conte mio padre, dove ho avuto l’insigne onore di conoscere Vostra figlia, la nobile ed elegante Aureliana. La grazia e lo spirito con cui ha onorato l’evento sono rimasti impressi nel mio animo ben oltre lo spegnersi delle ultime luci del ballo. Sebbene i nostri casati servano il nostro Feudo in modi differenti, nutro il profondo desiderio di approfondire la conoscenza di Vostra figlia, la cui virtù risplende più di ogni metallo da Voi lavorato. Con la presente, mi rivolgo a Voi per chiedere umilmente il Vostro beneplacito paterno ed il permesso formale di porgere il mio omaggio ad Aureliana: è mia intenzione, qualora acconsentiate, farle visita presso la Vostra residenza per condividere il tempo di un infuso e conversare sotto il Vostro vigile sguardo, o accompagnarla in brevi e decorose passeggiate lungo i giardini de La Cittadella, affinché io possa dimostrarle la sincerità dei miei sentimenti ed il rispetto che porto al Vostro nome. Resto in attesa di un Vostro cenno, sperando che possiate accogliere questa mia richiesta con la benevolenza che si addice ad un uomo della Vostra statura. Con stima e rispetto, Conte Valente De’Firmis».
La Madamigella non crede ai suoi occhi e rialzando uno sguardo lucido di pianto silenzioso annuisce con accorato slancio al padre, affermando il suo consenso con cristallina e vibrante partecipazione. Quella sera, Aureliana, fatica ad abbandonarsi ad un sonno che rimane inquieto per l’eccitazione riguardo il suo possibile avvenire, e ad un tratto, la curiosità per ciò che ancora si nasconde dietro la porta chiusa del tempio, non sembra più morderle i pensieri come prima.
Il giorno successivo, di buon mattino, il Diacono riceve un’ambasciata da un messaggero da parte del Cadetto, il quale gli comunica che purtroppo, per impegni di ruolo, non potrà partecipare all’incontro, e perciò allega alla missiva il mazzo con le chiavi del loro nuovo quartier generale. Poco dopo, quindi, i quattro compagni d’avventure si ritrovano nella loro base, ritemprati nelle forze e nelle risorse e pronti per fronteggiare l’ultimo capitolo di un’esplorazione che l’ultima volta li ha stremati. Senza indugio raggiungono i sotterranei attraverso la scala nascosta, quindi, accedendo questa volta per il passaggio nascosto nell’ufficio segreto di Bellisarius, tornano nel tempio sotterraneo e, dopo aver constatato che è tutto esattamente come l’hanno lasciato, si portano davanti all’uscio chiuso dietro l’angolo del noto corridoio.
Dopo essersi accertata che dall’altra parte non provenga nessun rumore sospetto, Aureliana prova nuovamente a scassinarne la serratura, ma non vi riesce (forse distratta da pensieri romantici frutto della notizia ricevuta la sera precedente), allora è Dryas che si accinge a lanciare un sortilegio di apertura che fa scattare il chiavistello della porta, quindi la disserra lentamente e si sporge oltre illuminandosi la vista con la luce di una torcia. Al di là della soglia gli si mostra allo sguardo una stanza rettangolare sul cui fondo sono disposte due grosse librerie semipiene di volumi, mentre sulla sinistra si trova un letto vuoto e sulla destra uno scrittorio appoggiato al muro sotto il quale c’è una sedia occupata da una figura incappucciata voltata di spalle e perfettamente immobile.
Il Farmacista non ci pensa un attimo: memore degli incontri fatti precedentemente nel sotterraneo scaglia un dardo magico che colpisce alle spalle la figura, la quale lentamente si alza e si volta, mostrandosi per il cadavere vivente di quello che presumibilmente era il capo dei monaci che abitavano questo tempio; tuttavia, prima di sferrare il suo attacco, lo zombi lancia un grido potente volto probabilmente a richiamare i suoi adepti, i quali però, ovviamente, non possono più rispondere all’adunata. Terione ed Aureliana, che si trovavano subito alle spalle di Dryas, entrano nella stanza a dar man forte al compagno, ed in men che non si dica i tre mettono definitivamente fuori combattimento il lugubre avversario.
Angelica, che era rimasta nel corridoio, viene invece attratta da un rumore proveniente dall’ala est del sotterraneo, quindi torna all’entrata del breve corridoio per ascoltare meglio e sente, senza ombra di dubbio, quello che sembra essere il suono di grosse pietre che vengono rotolate via, quindi un schianto di rocce scaraventate con forza ed infine un silenzio sospetto. Dopo aver condiviso i suoi pensieri con i compagni reduci dalla breve battaglia, i quattro concordano su un’inquietante ipotesi: che sia il cadavere non-morto di Acatartus che è stato risvegliato dall’urlo del capo dei monaci defunti?
Animati da apprensione e muovendosi con prudenza, i giovani esploratori si portano nel refettorio e qui sentono il respiro affannoso di “qualcuno” fermo oltre la porta che li divide dalla grotta antistante quella che era la caverna-geode. A questo punto La Cercatrice e la Madamigella pianificano una tattica e la comunicano ai compari: loro attraverseranno di soppiatto il dormitorio, l’antro con la vasca dove si trovavano i Fotoelminti e poi percorreranno il corridoio cavernoso che porta alla grata per cogliere alle spalle chiunque si trovi dall’altra parte della porta, mentre il Diacono ed il Farmacista attaccheranno lo sconosciuto di fronte, dopo che la porta sarà stata aperta.
I quattro concordano sul da farsi, quindi i due maschi perquisiscono il cadavere dello zombi appena ucciso e vi trovano un mazzo di chiavi con cui possono aprire tutte le porte del tempio sotterraneo, mentre le due ragazze si incamminano verso l’antro cavernoso. Tuttavia, un movimento maldestro di Aureliana (evidentemente distratta da pensieri amorosi quest’oggi), la fa inciampare mentre si trova nel dormitorio, ed Angelica, subito dietro di lei, le rovina addosso: il rumore dell’incidente ridesta il misterioso astante nella caverna, il quale, con impeto fragoroso, inizia ad accanirsi con furia sulla porta per abbatterla.
La reazione di Terione però è fulminea: si fa porgere l’asta lunga dal compagno ed amico e compie su di essa un miracolo di potenziamento che la rende un’arma magica molto potente per il breve spazio del combattimento che si prospetta prossimo. Così, quando l’uscio cede fragorosamente sotto i poderosi colpi di quello che si rivela essere l’imponente versione cadaverica di Acratetus, il Farmacista è già pronto per sferrare il suo attacco: con un colpo preciso alla testa del gigantesco zombi mutato gli fracassa il cranio ed il pesante corpo senza più alcun bagliore di non-vita dell’avversario si accascia al suolo sfatto.
Con tutta evidenza il cadavere trasformato in zombi di Acatartus, che giaceva ancora sotto le macerie del geode collassato, è stato effettivamente risvegliato dall’urlo del capo non-morto dei defunti monaci, il quale intendeva richiamare i suoi adepti come faceva quando era ancora in vita. Nessun altro zombi però era più presente nel raggio del suo grido d’aiuto, poiché sterminati dal gruppo di avventurieri: solo il cadavere di Acatartus poteva sentirlo e difatti ne è stato attratto. Tuttavia, per quanto forte, non riusciva a liberarsi e ciò ne ha eccitato quel residuo di sistema nervoso ancora rimastogli, causandone la trasformazione nella versione non-morta di Acratetus. L’energumeno mutante e zombi, si è quindi liberato con uno schianto delle macerie che ancora lo intrappolavano ed è uscito nell’antro cavernoso antistante il geode crollato: qui, però, l’energumeno si è fermato in attesa di udire ancora il richiamo che l’ha risvegliato dal torpore della non-morte, ed è in questo stato che ha sostato davanti alla porta serrata che collega quest’ampia grotta al refettorio del tempio sotterraneo, fino a quando la caduta di Aureliana lo ha riallertato.
Sotto lo sguardo insieme sorpreso e rammaricato delle due ragazze, che nel frattempo hanno raggiunto i due compagni, il cadavere di Acratetus riprende dapprima le sembianze del povero Acatartus, e poi, con ulteriore stupore dei quattro amici, la salma senza vita del corpulento guerriero assume nuovamente l’aspetto originario di un esile fanciullino, quel giovane Agras Nepius rapito dal suo villaggio nel Keltoi dopo il barbaro sterminio della sua famiglia e deportato in catene dalla Gilda dei Mandriani fin nelle segrete dell’alchimista Bellisarius per essere la vittima degli orribili esperimenti richiesti dal fantomatico Alto Committente.
È davanti a quello scenario pietoso che all’unanimità i giovani compari concordano l’un l’altro di dare degne onoranze funebri al corpo di quel bambino che, anche se solo per un breve momento, ha condiviso con loro un’esperienza durante la quale, grazie proprio al suo sacrificio, le loro vite sono state salvate. Perciò stabiliscono che, al termine della perlustrazione del tempio, riporteranno con loro il cadavere del piccolo Agras in superficie e lo consegneranno ai monaci della Cattedrale a cui si uniranno nel momento delle esequie.
Presa la decisione, i giovani eroi ritornano nella stanza del capo dei monaci sotterranei ed iniziano a perquisirne gli arredi: Terione trova sullo scrittoio il diario di quello che viene identificato come Baryos Murmuratoris, il defunto Maestro dei Cenobiti del Silenzio Infranto, e se ne appropria, ripromettendosi di leggerlo in un secondo momento, Dryas perquisisce il letto, ma non vi trova alcunché di interessante, mentre Aureliana ed Angelica prestano attenzione alle librerie, scoprendo che probabilmente dietro di esse vi è un vano nascosto, poiché non aderiscono al muro in fondo alla stanza. Allora i due ragazzi iniziano a svuotarle dei pochi volumi che vi sono sopra (perlopiù testi sacri e manuali di geologia, speleologia ed architettura), quindi, resele meno pesanti, ne spostano una quel tanto che basta per passarvi dietro, constatando che effettivamente erano disposte in modo da nascondere la parete più interna della camera, la quale ora si staglia davanti ai loro occhi presentando quella che sembra a tutta prima l’apertura a combinazione di una gigantesca cassaforte.

Animati da rinnovato entusiasmo, i quattro compagni decidono di aprire quello scomparto segreto, quindi Terione estrae il diario del Maestro dei Cenobiti ed inizia a leggerne degli stralci ai compagni in cerca di informazioni utili che possano aiutarli nel loro scopo: «Primi anni dello Scisma: il silenzio della Certosa è un guscio vuoto. Antinous non capisce. Il potere dei miracoli non viene dall’alto, ma vibra sotto i nostri piedi, nel battito profondo della terra. Ho iniziato a mormorare durante la preghiera, non per disobbedienza, ma per sintonizzarmi con quella frequenza. Il Priore lo chiama peccato; io lo chiamo Risveglio! Se non posso servire la Scintilla nella luce, la porterò nell’ombra.
L’Esilio e la Fondazione: siamo fuggiti. Il tesoro sottratto alla Certosa non è un furto, è il seme per una nuova fede. Qui, nel ventre della Cittadella, ho trovato il luogo perfetto. Scaviamo la roccia mentre mormoriamo i versi della Terra. I miei quattro discepoli mi guardano con devozione. Qui saremo i Murmurantes. Qui, il Silenzio è finalmente Infranto.
Il Contatto: oggi la terra ha risposto. Scavando oltre la vena di cristallo, siamo stati investiti da un’ondata di puro pensiero. Un Oracolo di carne e tentacoli vive nel cuore di un geode pulsante. Non è un mostro, è un Avatar dell’Unico. I cristalli amplificano i suoi sogni celestiali. Quando lui soffre, noi piangiamo. Quando lui desidera, noi agiamo. Abbiamo trovato la Sua vera effige ed è più antica della Certosa!
La Comunione con l’Oracolo: la dieta micotica sta purificando i nostri corpi. I funghi della serra, nutriti dalle vibrazioni dell’Oracolo, ci permettono di udire meglio la Sua voce. Il mondo di sopra appare ora come un sogno sbiadito e rumoroso. Il cibo della terra ci rende parte di Lui. I miei discepoli sono entrati in trance profonda davanti all’altare. Dicono di vedere il futuro della Cittadella: un unico, grande organismo che respira all’unisono.
Il Letargo e la Fine (Ultime pagine, grafia confusa): l’Oracolo… l’Avatar… è scivolato nel sonno. Le vibrazioni sono diventate un ronzio lento, ipnotico. Non sento più la fame, solo il desiderio di restare qui, immobili, ad ascoltare il cristallo. Antinous pensa di averci cancellati con il suo anatema, ma noi saremo qui per sempre. Siamo diventati la radice della città. Chiunque scaverà dopo di noi, troverà solo il silenzio che abbiamo infranto. Io… sento… il suo richiamo…».
I quattro esploratori comprendono così finalmente la storia del piccolo movimento scismatico che, abbandonato il monastero della Cattedrale, si è rifugiato sottoterra solo per essere inconsapevolmente manipolato dai “pensieri” della mostruosità fungoide che aveva ricavato la sua tana nel geode di cristalli piezoelettrici, finendo per idolatrarla e morendo di inedia tra i fumi dei suoi ipnotici messaggi telepatici e l’apatia indotta dal loro regime alimentare a base di funghi di caverna.
Tuttavia, la lettura di questa triste, quanto delirante storia, fornisce loro qualche spunto per intuire quale sia la giusta combinazione per aprire la stanza nascosta dietro al muro, così, dopo pochi tentativi andati a vuoto senza conseguenze di sorta, finalmente Aureliana riesce a far scattare la serratura della porta a muro, dietro la quale si apre una piccola stanza ottagonale ricolma dei cospicui tesori della fraternità degli eretici. Tra i sacchi di monete, le ampolle di estratti alchemici e le casse di pepite e cristalli, ecco che su di una colonnetta di pietra male intagliata, è posato un cubo levigato di una decina di centimetri di lato di solido granito grigio con inclusioni di scintillante mica: Terione lo prende in mano ed osserva immediatamente che si tratta dello stesso materiale nel quale è stato scolpito l’altare della Cattedrale, così trae la conclusione che quello dev’essere il tesoro trafugato da Baryos quando è fuggito dal monastero dei Vigilanti di Pietra e del quale accenna nel suo diario.
Intascata la reliquia, il Diacono ed i suoi compagni si accordano per ritornare in superficie, prima di tutto con il cadavere del loro piccolo e sventurato amico, quindi di effettuare più viaggi per trasferire tutto ciò che di prezioso od utile hanno trovato nei sotterranei della casa dell’Alchimista al piano superiore, per inventariarlo e decidere con calma come distribuirlo e che utilizzo farne.