La discesa nel sotterraneo (Atto II)

Terione, Dryas, Angelica ed Aureliana sono rimasti esterrefatti dallo spettacolo a cui hanno appena assistito: il loro piccolo-grande amico Acatartus, oppresso pensieri istintuali di rabbia e spavento del Gigapode riverberati telepaticamente dai cristalli del geode, ne hanno scatenato la mutazione nell’incontrollabile energumeno già visto aggredire in precedenza il Rupofago, ed in questa forma rabbiosa e terrorizzata ad un tempo, il loro nuovo compagno di avventure si è avventato sul micetodie predatore che li stava soggiogando mentalmente, distruggendo lui e tutta la caverna cristallina con cui esso era in simbiosi, la quale per questo è collassata su entrambe le creature in lotta. È scorrendo col pensiero l’accaduto che i quattro superstiti si rendono chiaramente conto di una cosa: che con il suo gesto estremo di riconoscenza per averlo liberato dalla sua condizione di schiavitù, Acatartus ha sacrificato se stesso per salvare la vita dei compagni appena conosciuti e già considerati amici. Gli occhi di tutti allora si inumidiscono ed una sottile lacrima riga la guancia della braccatrice Angelica, la quale più di tutti si era già affezionata profondamente al povero fanciullo intrappolato nel corpo di un guerriero dai crudeli esperimenti cui era stato sottoposto.

Tuttavia, dopo il crollo ogni vibrazione telepatica cessa immediatamente ed il silenzio torna a regnare nell’antro e nelle menti dei superstiti, forse perché la creatura fungina è morta o forse perché i cristalli piezoelettrici che ricoprivano le pareti sono andati tutti in frantumi e non riverberano più i suoi pensieri di bestia morente, tuttavia un fatto rimane chiaro: sotto quelle medesime macerie giace anche il corpo esanime del loro nuovo compagno. Perciò i quattro avventurieri si fiondano all’imbocco dell’anfratto ora occluso dai frammenti di roccia per cercare di spostare le pietre che sommergono il corpo del loro giovane amico forse ancora morente e non già defunto, ma invano: a parte qualche maceria più piccola, i massi che chiudono l’apertura sono troppo pesanti ed inestricabilmente incastrati gli uni con gli altri, tanto che, dopo ripetuti, ma inutili sforzi, i quattro compagni desistono affranti.

Feriti ed amareggiati, i giovani superstiti si ritirano nel dormitorio e si riposano per qualche tempo, cercando di metabolizzare la prematura scomparsa del povero Acatartus, appena conosciuto e già così affezionato, quando Terione, come colto da un’illuminazione, si alza e si porta nel refettorio, come in preda ad una fulminea associazione di idee che lo conduce davanti al passaggio nascosto ed ancora sigillato scoperto dalla Braccatrice. Raggiunto dai compagni malconci ed incuriositi, il Diacono vede con stupore la parete di pietra muoversi un poco, ed esercitando pressione con una mano apre quella che che appare ora una sorta di parete girevole, che si dischiude quel tanto che consente ad Angelica, più svelta e curiosa degli altri, ad insinuarsi agile, lanterna alla mano, oltre il passaggio segreto, il quale si blocca. Giunta dall’altra parte la Cercatrice descrive ai compari rimasti nel refettorio quella che appare come una specie di anticamera con la forma ad imbuto chiusa da tre porte, due ai lati del passaggio nascosto, ed una, grossa e pesante, in fondo alla saletta; ma soprattutto svela come mai la porta girevole non si dischiude del tutto: una grossa statua dalle fattezze di una specie di monaco incappucciato blocca il meccanismo intralciandone l’apertura. Ed è proprio in quel momento, mentre la braccatrice in fondo all’anticamera appena scoperta sta ancora descrivendo la scena, che la statua si anima all’improvviso ed inizia a dirigersi lentamente verso di lei allungando le braccia con intento ostile. L’avventuriera posa la lanterna ed inizia a lanciare frecce nella direzione del monaco di pietra, procurandogli soltanto qualche scheggiatura, ma il movimento della statua lascia finalmente libero il passaggio ed i compagni di Angelica possono far girare la parete nascosta ed entrare anch’essi nell’anticamera.

L’esperta tiratrice continua ad indietreggiare tentando una raffica di attacchi sempre più disperati, quando Terione, dopo aver osservato la scena, ha una nuova intuizione: destro aggira la statua semovente e le si para di fronte, ponendosi tra questa e l’amica Cercatrice, ed il colosso di pietra, nel momento in cui si trova davanti il Diacono, subito si arresta, abbassa le braccia, si gira su se stesso ed inizia a tornare verso il suo posto. Questo movimento conferma l’ipotesi sperimentata dal giovane chierico: quella statua vivente è un guardiano posto a custodia di questa sorta di monastero sotterraneo, magicamente creato per distinguere i monaci, che tratta da padroni, da coloro che non lo sono, i quali vengono considerati intrusi indesiderati e di conseguenza attaccati. Ma è proprio la giustezza di tale tesi che riattiva il guardiano, il quale, mentre sta ritornando al suo posto, vede di fronte a sé altri due intrusi, Dryas ed Aureliana, rimasti alle sue spalle, e quindi rialza le braccia di pietra e si dirige minaccioso verso di loro. I due capiscono immediatamente l’antifona e si preparano a difendersi, ma Terione, ancora una volta, s’infila agile tra loro e la statua, dopodiché svelto l’abbraccia fermandola e concedendo il tempo ai due compagni di sgattaiolare svelti ai fianchi per portarsi oltre ad essa e riunirsi alla braccatrice, che nel frattempo si è avvicinata ad una delle porte di legno, aprendola ed insinuandosi oltre di essa assieme ai sopraggiunti compari. Vedendo i suoi amici oltrepassare la soglia e richiudersi oltre di essa, Terione ha la conferma di essere rimasto solo nell’anticamera, così libera la statua di pietra dal suo abbraccio, la quale, non avendo più nessuno ad attivarne l’ostilità, si muove lentamente riprendendo il suo posto originario e bloccandosi in una posa che la congela nella forma mimetica di una normale scultura di roccia. A quel punto il Diacono si dirige svelto verso la porta di legno oltre la quale si sono nascosti i suoi amici e, aprendola velocemente, si riunisce a loro oltre di essa, richiudendosela alle spalle.

Ora i quattro si trovano ad illuminare un’ampia sala rettangolare con un grosso incavo squadrato sulla sinistra che ospita un voluminoso altare di roccia di fronte al quale sono disposte, dirimpetto, quattro vecchie panche, anch’esse di pietra. Sull’altare spiccano due ceri consumati e tanto vecchi da essersi praticamente fossilizzati, mentre al centro di esso una grezza scultura di cristallo rosa raffigurante il Gigapode occupa quasi tutta la tavola dell’altare; sedute sulle due panche più distanti, poste una davanti ed una dietro, si intravedono nella penombra due figure incappucciate che paiono assorte in preghiera, mentre, oltre di esse, una porta di legno rinforzata da sbarre di metallo arrugginito chiude l’accesso ad un altro luogo.

Appena il tempo di entrare e volgere lo sguardo intorno alla luce della lanterna che, ecco, le due figure incappucciate si alzano dalle panche e si dirigono verso gli avventori, che le riconoscono per quello che sono: i cadaveri non-morti di due dei quattro monaci che evidentemente abitavano queste sale interrate. Il combattimento dura poco, poiché i quattro compagni d’arme, ormai avvezzi ad incrociare le spade assieme, si muovono all’unisono: circondano i due morti ambulanti e li finiscono con pochi colpi. Ritornata la quiete si accingono ad esplorare quella che evidentemente era la cappella di questo monastero sotterraneo: mentre le due fanciulle cercano senza successo la presenza di passaggi e trappole nascoste, il Farmacista ed il Diacono si attardano a speculare davanti all’ingombrante statua in cristallo del Gigapode posta al centro dell’altare, deducendo come probabilmente, essendo dello stesso cristallo piezoelettrico osservato nel geode che ospitava la creatura fungina, i monaci l’avevano dislocata in questo luogo di culto sacrilego come una sorta di ripetitore radiofonico per estendere fin nella cappella il raggio dei segnali telepatici emessi dall’aberrante micetoide, così da consentire a questa esigua comunità di eretici di prostrarsi in preghiera al loro idolo anche al di fuori della caverna antistante la grotta geodetica.

Mentre i due compari stanno ancora elucubrando le loro ipotesi, le due intraprendenti fanciulle disserrano con abilità ladresca il chiavistello della pesante porta rinforzata, la quale, appena aperta, viene artigliata da una mano cadaverica che sbuca dall’interno: subito Angelica richiude la porta con violenza tranciando le quattro dita ossute, quindi, aiutata da Dryas e Terione nel frattempo sopraggiunti, spinge con forza la porta verso l’interno scaraventando il monaco cadaverico verso la parete di fondo di quello che appare alla luce della lanterna come un piccolo magazzino. Il monaco zombi ricade su due casse disposte al termine della stanzetta e, così sbilanciato, Terione ha gioco facile nel fracassargli il cranio con un preciso colpo di mazza ferrata; quindi la Madamigella e la Cercatrice si avventano sulle due casse, aprendole svelte solo per scoprire che contengono i paramenti consunti e le suppellettili da cerimonia scolpite nel medesimo cristallo rosa della statua sull’altare.

Constatato che nemmeno da qui si può uscire dal sotterraneo, i quattro decidono di ritornare nell’anticamera, consapevoli di dover affrontare definitivamente la statua guardiana che vi si trova: questa volta, però, con un preciso piano d’assalto in mente. Ad uscire per primo è Terione, che solo ed indisturbato, percorre tutta l’anticamera, si posiziona davanti alla statua e compie un miracolo su di essa, il quale però non sortisce alcun effetto: evidentemente la statua è immune a qualsiasi forma di attacco da parte di uomini di chiesa. Un po’ deluso, allora il Diacono si porta alle spalle della scultura e cerca di trattenerla con il suo ingombrante abbraccio, dando contemporaneamente ai compagni il segnale di entrare in azione con un grido perentorio: i tre avventurieri entrano di sorpresa nell’anticamera e, prima ancora che il guardiano di pietra possa attivarsi iniziano ad attaccarlo con tutte le armi alla distanza a loro disposizione. Il colosso di roccia, tuttavia, è indomito: si libera con facilità dall’abbraccio del Diacono e si dirige imperterrito verso gli invasori del territorio deputato alla sua custodia. Ben presto i tre aggressori si trovano costretti in un feroce combattimento in corpo a corpo, ma alla fine di un’estenuante scambio di violenti colpi, riescono ad avere la meglio sulla statua animata che, ormai priva di vitalità, cade in frantumi ai loro piedi.

Il sanguinoso scontro, tuttavia, li ha lasciati esausti e contusi, e nemmeno le ultime cure del chierico li convincono ad indugiare oltre in questo luogo sacrilegamente mistico: di comune accordo si gettano sull’altra porta di legno in cerca dell’agognata via d’uscita e la aprono senza difficoltà, ma solo per ritrovarsi in un corto corridoio ad angolo retto che termina davanti ad una nuova porta, fabbricata in pesante metallo, che preclude loro il passaggio e che nessuno dei loro sforzi per scassinarla riesce ad aprirla. Rassegnati e delusi tornano nell’anticamera per provare l’ultimo uscio che vi si trova: una grossa porta in legno rinforzata in metallo. Incredibilmente la Madamigella riesce a disserrarne il chiavistello con i suoi arnesi da scasso ed il gruppo ne oltrepassa la soglia per ritrovarsi in una sorta di abitacolo con due nicchie ai lati ed una lunga e ripida scalinata davanti a sé.

La speranza nei loro cuori si ravviva al vedere una possibile via di fuga, ma la curiosità prevale: la nicchia alla loro destra, infatti, è occupata da un grosso bassorilievo che raffigura una chiesa contrapposta orizzontalmente ad un tempio, un rapace volante contrapposto verticalmente ad un verme scavatore ed al centro due maschere, una verso la chiesa con il volto triste ed una mano sulla bocca ed una verso il tempio con il volto felice e la bocca spalancata. Terione e Dryas sono troppo intrigati dalla raffigurazione scolpita nella parete ed iniziano a fare ipotesi su ciò che essa rappresenta, nel frattempo Aureliana fa notare che le figure hanno i contorni troppo nitidi per essere solo dei bassorilievi ed in effetti toccandoli delicatamente scopre che ognuno di essi è una sorta di pulsante che, se premuto, rientra nella parete. Ormai l’interesse di tutti è acceso: vogliono scoprire che cosa aziona la combinazione di figure scolpite nella roccia.

Speculando sulle informazioni evinte dalla perlustrazione del sotterraneo iniziano a formulare un’ipotesi: la chiesa rappresenta la Cattedrale dei Viglianti di Pietra, i cui monaci hanno fatto voto di silenzio (la maschera con la mano sulla bocca), e l’intero monastero è sospeso sulle mura, come se fosse un volatile che si tende verso il cielo (il rapace che vola); il tempio, per contro, rappresenta questa sorta di monastero sotterraneo, che i suoi monaci hanno ricavato dalla roccia di una caverna sotto la superficie (il verme che scava), i quali sono di conseguenza rappresentati dal mascherone sorridente con la bocca aperta, per via della loro definitiva infrazione al voto di silenzio fatto un tempo. A quel punto la triplice contrapposizione potrebbe narrare la storia di questo posto e dei suoi abitanti, ma illustrata dal punto di vista dei monaci che vivevano in queste caverne, ecco perché i Vigilanti di Pietra sono raffigurati tristi e rapaci, mentre i monaci del tempio umili e felici. Il Farmacista ipotizza allora la possibile sequenza di una combinazione per attivare il meccanismo dietro al bassorilievo, qualunque esso sia: dal più antico al più recente, prima la chiesa, poi il rapace, poi la maschera silenziosa, quindi la maschera ciarliera, il verme scavatore ed infine il tempio.

La Cercatrice e la Madamigella consigliano prudenza ed invitano i due compagni a concentrarsi sulla via di uscita, ma Terione, prima che esse possano anche solo sfiorarlo con i loro suggerimenti, digita la sequenza di pulsanti, ma giunto a premere il terzo, ecco che dalla parete alle loro spalle un dardo acuminato viene sparato di sorpresa colpendo il Diacono alla schiena, per fortuna non mortalmente. Incurante della ferita, mentre viene curato con dell’erba medica da Angelica, Terione condivide le sue deduzioni con Dryas, facendo notare come la combinazione sia evidentemente composta da soli tre tasti, e che questa probabilmente va intesa come esaltazione del culto della confraternita sotterraneo, giungendo insieme alla conclusione che la sequenza esatta debba essere: volto gioioso, verme e tempio. Prima che il Farmacista possa mettere in guardia il chierico già ferito dal rischiare un secondo tentativo fallace, Terione è già sui pulsanti: digita la sequenza concordata e dopo il terzo “click” ecco che la parete rientra di qualche centimetro e scorre di lato, aprendo un passaggio che conduce alla grande caverna sottostante la grata da cui il gruppo è entrato!

Udito il rumore del passaggio segreto mentre si apriva, una voce familiare viene udita da sopra la grata sul soffitto, purtroppo ancora chiusa: è Palamede che chiede agli amici che fine avessero fatto, ed essi, felicitandosi di ritrovare il compagno, gli annunciano che gli racconteranno tutto dopo che saranno riusciti a risalire al piano del laboratorio, chiedendogli di aspettarli lì. Quindi lasciano la grotta del Rupofago e salgono di fretta le ripide scale, solo per trovarsi davanti ad un muro che rende la via apparentemente senza sbocco: è Aureliana a non scoraggiarsi, ed animata dalla bramosia di andarsene finalmente da quel posto malsano, si mette subito alla ricerca di un passaggio segreto, che individua rapidamente azionando un’altra porta nascosta che dà su di una nuova stanza occulta, di forma quadrata e posta probabilmente dietro all’anticamera del laboratorio sotterraneo di Bellisarius.

Alla luce della lanterna il gruppo esplora velocemente la stanza, intuendo che si tratta dell’ufficio occulto dell’Alchimista, visto che contiene i diari completi dei suoi esperimenti e perfino una specie di libro contabile dei finanziamenti ricevuti per effettuarli. Intanto la Madamigella si mette in ascolto, attratta da un rumore proveniente da oltre la parete della stanza, ed intuisce la presenza del Cadetto oltre di essa, quindi ne richiama a voce alta l’attenzione chiedendo di aiutarla a trovare la porta nascosta che permetterà loro di ricongiungersi con lui. Presto fatto, la collaborazione dei due dà i suoi frutti ed un passaggio girevole si apre mettendo in comunicazione l’ufficio nascosto con l’anticamera del laboratorio dal cui buco nel terreno il gruppo si era calato all’inizio.

I cinque compagni finalmente si riuniscono e mentre i quattro esploratori raccontano a Palamede tutti gli eventi occorsi, Terione espone ai suoi compari due documenti recuperati nell’ultima stanza perlustrata: una parte conclusiva del resoconto degli esperimenti di Bellisarius sul povero Acatartus che cita testualmente:

«Mutazione Incontrollata: dopo tre giorni dall’ultima dose, il siero ha manifestato una certa instabilità, generando un effetto collaterale imprevisto: una sorta di “regressione primordiale”. Sotto un, per ora, non meglio definito stato di stress emotivo, il metabolismo del soggetto subisce un picco catabolico che lo trasforma in una sorta di energumeno di statura colossale. In questa fase, la massa muscolare raddoppia e la pelle si indurisce, ma la mente subisce una regressione totale. Ogni barlume di logica scompare, lasciando spazio a un’indole puramente primordiale, tanto infantile ed incontrollata da rasentare il bestiale: il soggetto così mutato non combatte con strategia, ma con la violenza cieca e disperata di un bambino che ha un terrore furioso, rendendolo una forza della natura impossibile da gestire o da far ragionare. Il soggetto muta in una specie di “alter ego” primordiale del tutto indomabile, che in questa forma è stato codificato come Acratetus, ossia “Incontenibile”.

Note sul Linguaggio, sul Comportamento e sulle Capacità: Acatartus si esprime come il bambino che è veramente. In Acratetus, invece, il linguaggio verbale scompare: emette solo suoni gutturali, urla di rabbia o gemiti che ricordano un’infanzia violata, amplificati da una cassa toracica sovrannaturale. In forma mutata, nel soggetto la regressione psichica e mentale viene compensata da attributi fisici soprannaturali, come la capacità di rigenerare le ferite ed un’apparente immunità a veleni, malattie e condizioni di stato indotte (sonno, charme, paralisi o pietrificazione). Nella normale forma di Acatartus tali capacità risultano invece assenti.

Ancoraggio Psichico: nella forma mutata di Acratetus, il martello viene brandito come un’arma letale o lanciato come un pesante proiettile: quando avviene la regressione totale, infatti, il martello smette di essere un ricordo e torna ad essere un’arma, tuttavia non viene usato con la tecnica di un combattente, bensì viene calato con la forza cieca di un bambino che colpisce il suolo durante un capriccio, sprigionando però una vera potenza sismica a causa dei fisico e della muscolatura abnorme del soggetto che lo impugna. Questo non è tollerabile per il potenziale devastante di Acratetus, perciò ad Acatartus deve essere sottratto il suo “oggetto di conforto”.

Chiusura dell’Esperimento: data l’imprevedibilità della mutazione e l’altissima pericolosità di Acratetus, l’esperimento viene infine considerato fallito, tuttavia, nella possibilità di eventuali ulteriori sviluppi, Acatartus non verrà soppresso, ma detenuto nella stanza di sicurezza e sotto osservazione, onde prevenire i futuri accessi della mutazione».

Tutto ciò illustra e conferma le circostanze del ritrovamento di Acatartus e la sua trasformazione nell’energumeno Acratetus ed acuisce la doglianza per averne perso definitivamente la compagnia appena acquisita.

Ma è il secondo scritto che disvela inauditi indizi su di un ipotetico complotto in atto a La Cittadella, una missiva destinata al defunto alchimista che illustra il mandato alla sintesi del siero con cui il povero Acatartus è stato inoculato e che si esprime in questi termini:

«Documento di Incarico: Protocollo “Milite Supremo”. Destinatario: Mastro Alchimista Bellisarius. Oggetto: Avanzamento della Fase II – Stabilizzazione del Siero. Riferimento Contabile: Fondo Riservato per la Sicurezza della Cittadella». E sotto l’intestazione: «Mastro Bellisarius, le rimesse in oro che accompagnano questa missiva dovrebbero coprire l’acquisto dei reagenti rari e delle “materie prime” biologiche richieste per l’ultimo ciclo di trasmutazioni. I progressi osservati sul soggetto “Acatartus” sono promettenti, ma insufficienti. La mutazione deve essere stabilizzata: non cerchiamo un mostro da fiera, ma un’arma di precisione. Il siero deve forgiare una volontà d’acciaio in un corpo immune alla fatica e alla paura. Il tempo delle discussioni vacue sta per esaurirsi. Il Consiglio Cittadino si crogiola in liti burocratiche e privilegi gualciti, ignaro che le fondamenta della Cittadella tremano. Nobili decaduti e mercanti avidi non sono in grado di garantire l’ordine che la nostra stirpe merita. Solo chi domina dalla torre e cammina instancabile sul selciato sa che la pace si mantiene solo con una forza che non ammette repliche. L’obiettivo finale rimane invariato: una coorte di cento. Cento uomini che non rispondano a leggi di gilda o a capricci di sangue blu, ma solo al comando di chi ha la visione per guidare questo feudo verso una nuova, necessaria era di disciplina militare. Una volta che il siero sarà perfezionato, la Cittadella non avrà più bisogno di guardiani comuni, ma di un unico, inarrestabile Corpo Supremo. Distrugga questa nota dopo la lettura. La ricompensa per il successo sarà la Sua ascesa ai vertici della nuova accademia; il prezzo del fallimento, o del tradimento, è già scritto nell’ombra che allunga la sua mano su questa casa. Firmato: l’Alto Committente».

Davanti a questa criptica rivelazione il gruppo di amici desume che le loro investigazioni hanno raschiato solo la superficie di un mistero che intuiscono molto più grande di loro, e che d’ora in poi dovranno stare ancora più attenti a tutti i personaggi di alto e basso profilo che si muovono intorno a loro, poiché, evidentemente, chiunque in città sembra nascondere più di un oscuro segreto.