Dryas finalmente si libera dall’impegno e raggiunge solerte la casa di Bellisarius, trovandola aperta, ma vuota. Un po’ perplesso si azzarda a dare un’occhiata in giro e nota la nuova botola aperta sul soppalco delle scale, allora intuisce che il gruppo dei suoi amici possa aver scoperto un nuovo vano e sia sceso ad esplorarlo, così decide di raggiungerli. Dopo aver disceso le scale nascoste ed aperto la porta che conduce al laboratorio sotterraneo, infatti, coglie i quattro compagni che si sporgono sul bordo della grata divelta e ne richiama l’attenzione. In breve viene messo al corrente dell’accaduto ed insieme i cinque avventurieri decidono il da farsi. Palamede però propone di non lasciare la casa incustodita, poiché, spiega, così come è entrato il Farmacista, potrebbe sopraggiungere chiunque altro, e chissà con quali intenzioni; perciò si candida a piantonare la casa mentre i compagni scendono a recuperare il povero Acatartus, rimanendo d’accordo che se dovessero avere bisogno d’aiuto provvederà a soccorrerli od eventualmente a chiamare rinforzi esterni.
Così, Terione, Dryas, Angelica ed Aureliana decidono di calarsi nel piano sottostante legando una lunga corda alla pesante grata divelta per soccorrere il nuovo amico e cercare di riportarlo in superficie. Le prime a calarsi sono le fanciulle, tuttavia, quando viene il turno dei maschi, forse per via del maggior peso, entrambi scivolano scendendo e, prima uno, poi l’altro, smuovono la grata che, trascinata verso la sua sede, va a ricoprire il buco nel pavimento, impedendo ai quattro avventurieri di poter risalire nel laboratorio segreto. Resisi conto che la via d’accesso al piano superiore è occlusa, il gruppo pensa subito di contattare Palamede, ma costui è risalito in casa e non è in grado di sentire i loro richiami, allora decide di esplorare il luogo in cui sono discesi, per vedere se magari vi si trova un’altra via d’accesso al laboratorio. Armati di torce e lanterne, perciò, iniziano ad aggirarsi in quella che sembra essere un’ampia grotta sotterranea, evidentemente precedente alla costruzione della casa, intuendo che l’antro in cui si trovano fosse la tana in cui era rinchiuso il Rupofago.
Una volta recuperato Acatartus, il quale pare ambientarsi velocemente con i nuovi amici intorno, il gruppo inizia ad esplorare la caverna e subito scopre che per un cunicolo stretto e relativamente breve si giunge ad un altro vano più piccolo, in cui si trova una sorta di pozza d’acqua sorgente, che Terione stabilisce non essere di origine naturale, ma fatta sgorgare con un miracolo: molto probabilmente ciò è stato fatto dai proprietari originali della grotta, per consentire al Rupofago di potersi dissetare. Inoltre, osservando l’aspetto della caverna, i quattro avventurieri notano come, all’origine chiaramente naturale della sua struttura, siano state però apportate piccole migliorie artificiali, come una pavimentazione piana e regolare, e nello specifico, proseguendo trovano una grata di pesante metallo incastonata nella roccia a sbarrare la strada verso un altro cunicolo che si addentra nei meandri del sotterraneo naturale. Capiscono che questa grata serviva a tenere il Rupofago nella sua tana, ma adesso loro hanno necessità di passare, così, mentre si arrovellano su come fare per accedere al di là di essa, con naturale allegrezza Acatartus vi si avvicina, ne afferra saldamente due sbarre adiacenti e con uno sforzo apparentemente non così eccessivo, ne allarga la distanza quel tanto che basta a passarvi in mezzo.
Ancora sbalorditi per la naturalezza con cui l’adulto-bambino ha compiuto quel gesto, i quattro compagni passano oltre l’impedimento e si inoltrano nel cunicolo buio, raggiungendo una sorta di bivio: per un momento indecisi sul da farsi scelgono di procedere verso destra, introducendosi così in una piccola grotta occupata da quella che sembra essere una sorta di fontana contenente dell’acqua flebilmente luminosa. Osservando meglio scoprono che la luminosità dell’acqua è data da una piccola colonia di Fotoelminti (piccoli animaletti luminosi che, nutrendosi di detriti organici e sporcizia di deposito, spesso vengono usati per tenere depurati i bacini d’acque chiuse). La natura chiaramente artificiale della fontana, e l’origine probabilmente miracolosa del bacino acquifero in essa contenuta, confermano che i primi occupanti di queste caverne hanno apportato migliorie all’ambiente originale attraverso l’uso della magia. Dopo aver raccolto la piccola colonia di Fotoelminti in un’ampolla a costituire una sorta di lanterna naturale, il gruppo individua due cunicoli dipartire da questa piccola grotta, ma mentre uno svolta bruscamente verso una porta di legno marcescente, l’altro si inoltra per qualche metro verso una caverna più ampia, e tuttavia anch’essa sbarrata da una pesante grata del tutto simile a quella trovata in precedenza.
Confabulando sul da farsi, il gruppo decide di tornare indietro ed esplorare il cunicolo abbandonato al bivio, e quindi ripercorre il corridoio sotterraneo a ritroso fino a raggiungere una piccola grotta chiusa piena di varietà diverse di funghi: inoltrandosi nel piccolo antro afoso per osservarne meglio il contenuto, però, Angelica si avvicina troppo ad un Boleto Stridente mimetizzato all’ingresso della cavernetta, il quale subito inizia a “gridare” con quel suo tipico assordante urlo ultrasonico, capace di stordire l’orecchio umano e richiamare eventuali animali presenti nella zona: subito la Braccatrice cerca di mettere a tacere l’insidioso fungo con un calcio, non riuscendoci, ma anzi eccitandolo maggiormente, così Terione provvede a silenziare miracolosamente l’intera grotta prima che le perniciose strida del Boleto causino danni seri alle loro orecchie oltreché allarmare chiunque si trovi nel sotterraneo.
Finalmente ripristinato il silenzio, la Braccatrice spiega che quella cavità piena di specie fungine in realtà parrebbe essere stata un tempo una sorta di serra in cui venivano coltivate varietà di miceti atte a soddisfare le più diverse necessità, come se gli occupanti del sotterraneo avessero adibito quel vano ad orticello privato sia per il loro sostentamento che per le loro altre necessità erboristiche. Appurato questo, e sempre più incuriositi, i cinque amici ritornano verso la porta di legno vista in precedenza in cerca di una via d’uscita, ma prima di tentare di aprirla, Aureliana si mette in ascolto di eventuali rumori provenienti al di là di essa. Messa in allerta dal suo sesto senso, la scaltra Madamigella batte sulla porta di legno marcescente, ricevendo come risposta un goffo frastuono proveniente dall’altra parte, come se qualcuno o qualcosa, attirato dal rumore della bussata, si avventasse ottusamente contro l’uscio chiuso. A quel punto il gruppo si tira indietro appena in tempo prima che quello che sembra essere un cadavere vestito di un logoro saio sfondi la parte alta della porta e si affacci protendendo le braccia semiputrefatte nel vano tentativo di afferrare chi si trovi oltre la soglia che ancora lo trattiene.
È Acatartus che, ridendo gioioso, si avventa sul morto vivente col suo martello esclamando: “Zombi facili! Io sempre spiàccica veloce zombi!” e con un colpo potente e preciso, sfracella la testa del cadavere ambulante liberando il passaggio. Allibiti per la rapida iniziativa del nuovo membro del gruppo, i quattro avventurieri lo seguono mentre, finendo di sfondare a martellate la porta di legno marcito, si inoltra in quella che appare essere una vera e propria stanza a forma d’angolo, arredata sobriamente con quattro casse ben disposte all’ingresso e una fila di quattro lettucci di paglia ormai ammuffita lungo la parete più distante; un’altra porta di legno, vecchio, ma non marcio, chiude questa stanza dall’altro lato, mentre una grossa porta senza serratura chiude quella che sembra essere una vecchia latrina: sostanzialmente un buco nel terreno in uno sgabuzzino chiuso.
Dopo aver perquisito velocemente le quattro cassapanche ed averci trovato quattro vecchi sài ormai consunti dal tempo lungo gli angoli delle piegature, i compagni concordano sul fatto di essersi introdotti in una specie di dormitorio. Quindi, sinceratisi che la stanza sia effettivamente svuotata da creature ostili e priva di passaggi nascosti o trappole, il gruppo decide di provare ad aprire la porta ancora in piedi, non sentendo alcun rumore provenire oltre di essa. L’uscio non è serrato da chiavistelli e così i cinque, entrando, si affacciano su di una grande stanza rettangolare occupata solamente da un ampio e vecchio tavolo di legno e cinque sedie scomposte e rovesciate, due delle quali risultano rotte, mentre sul fondo di quello che appare evidentemente come una sorta di refettorio, si trova una voluminosa cassapanca senza serratura con all’interno povere stoviglie, alcune scolpite nel legno, altre nella stessa roccia ricavata dalle pareti della grotta appena visitata.
La stanza non ha altre uscite se non una porta di legno rinforzata in metallo e chiusa da una robusta serratura che la Madamigella non riesce ad aprire; tuttavia, cercando eventuali vie di accesso lungo le pareti, Angelica trova su di un lato in fondo alla stanza quello che pare essere un passaggio nascosto, ma né lei, né Aureliana, riescono a trovare il modo di aprirlo. Terione, osservando quella coppia di stanze sotterrane così adiacenti alla caverna naturale, desume che siano state scavate successivamente per ricavare uno spazio abitabile contiguo alle grotte, e dallo scarno arredamento ritrovato e dalla particolare struttura dei vani, nota come questo ambiente gli ricordi molto da vicino lo stile architettonico della Certosa, come se quell’ala fosse parte di una sorta di monastero sotterraneo.
Con ancora questi pensieri nella testa, il Diacono si accoda al gruppo dei compagni che nel frattempo ha deciso di tornare ad esplorare la seconda grata ritrovata al termine dell’ultimo cunicolo esplorato, nella speranza di trovare finalmente una via d’uscita, così la comitiva ritorna sui propri passi. Tuttavia, mano a mano che i cinque esploratori si avvicinano all’antro chiuso oltre lo sbarramento di metallo incastonato nella roccia, il fine udito di Aureliana viene eccitato da un sordo ronzio che le procura una debole nausea; ella avvisa i compagni, che però non odono nulla, nemmeno quando, allargate come prima le due sbarre centrali della grata, Acatartus libera un passaggio per l’ampia grotta oltre di essa. Entrati nella caverna, il curioso energumeno si avventa subito su quelli che sembrano i vetusti rimasugli ossei di diverse creature accatastate al centro del pavimento, mentre il resto del gruppo osserva sul lato della parete l’altra faccia della porta rinforzata del refettorio; però, più si avvicinano al centro della grotta e poi oltre, verso l’apertura in fondo ad essa, tutti vengono investiti dal sordo ronzio avvertito in precedenza solo dalla Madamigella, ma ora quel medesimo rumore di fondo non causa più nausea, bensì sembra suggerire nella testa di chi lo ascolta come un invito ad avvicinarsi, ad entrare nell’apertura buia della roccia.
Così, mentre Aureliana si tiene ben lontana dall’anfratto sospettando qualcosa di oscuro ed insidioso, sono il Farmacista ed il Diacono ad entrare per primi nella grotta. Anche Acatartus si fa ammaliare da quella specie di richiamo, ma Angelica corre in suo soccorso e lo scaccia da Aureliana prima che venga coinvolto; tuttavia, trovandosi tanto vicina al misterioso richiamo, si lascia irretire e raggiunge i compagni già entrati nell’antro. Davanti alla vista di tutti i suoi compagni che entrano nel grotto, la Madamigella non riesce più a resistere all’invito e, seguita da Acatartus, si unisce agli amici, ma è solo una volta entrata che comprende lo spettacolo che affascina chi l’ha preceduta: quella che si para davanti agli occhi del quintetto di avventurieri, infatti, non è una caverna, bensì l’interno di un enorme geode naturale costellato di cristalli vibranti di tutte le sfumature di rosa, mentre al centro della spaziosa cavità una creatura dalle forme aliene, con una testa gibbosa che si apre alla base in quattro viscidi tentacoli (un Gigapode) occupa il centro del geode irretita in una sorta di ragnatela di filamenti fungini che la collegano ai cristalli delle pareti come in una specie di simbiosi tra roccia e miceto.
È solo davanti a questo spettacolo che i quattro compagni d’avventura comprendono: la creatura fungoide ha ricavato la sua tana in questo geode dai cristalli vibranti ed è entrato in connessione con essi, utilizzandoli come una sorta di ripetitori dei suoi istinti primordiali, che vengono captati da coloro che entrano nel raggio d’azione del loro riverbero come una sorta di comunicazione telepatica che pervade le vittime degli stessi sentimenti ed emozioni della bestia, cooptando i soggetti più deboli ad avvicinarsi al subdolo predatore per offrirsi ad esso. A quel punto, come risvegliatosi da un indicibile incubo, Terione si divincola dal giogo mentale del Gigapode, esortando i suoi compagni a seguire il suo esempio ed iniziando ad attaccare la creatura. Ben presto tutti si ridestano dal torpore mentale indotto e collaborano col compagno in un attacco massivo ai danni del gigantesco micetoide; tutti tranne Acatartus, la cui debole mente è ancora soggiogata dalla creatura che fa leva sul dolore e la rabbia che sta provando per eccitare il sistema nervoso del povero esperimento vivente: la vittima di cotanta oppressione cerebrale non regge lo sforzo e lanciando un ultimo disperato sguardo di supplice richiesta d’aiuto ad Angelica, Acatartus cede ad irrefrenabili moti convulsivi e sopraffatto dalla mutazione del siero che l’ha modificato geneticamente, si trasforma nel gigantesco e furioso Acratetus, il quale sventaglia il martello che si ritrova in mano in ogni direzione ed alla cieca, colpendo sì il Gigapode con potenza inferente, ma colpendo altresì le pareti di roccia cristallina del geode al cui interno tutti si trovano. Presentendo l’esito di quello scontro tra mostri senza controllo, Terione ed Aureliana richiamano i compagni ad uscire dalla stretta cavità geodetica al più presto, prima ch’essa collassi sotto i poderosi colpi dell’energumeno mutante, ed appena in tempo riescono i quattro avventurieri a gettarsi fuori, quando, inevitabilmente, la caverna si sgretola in miriadi di frammenti di roccia e cristallo che sommergono le due creature ancora al suo interno.