Qualche giorno dopo la movimentata festa da ballo, Palamede viene convocato dai suoi superiori, i quali gli notificano una missiva esecutiva da parte del Consiglio Cittadino in cui si dichiara ufficialmente che la casa di Bellisarius e tutto ciò che vi contiene è stata assegnata in comproprietà al Cadetto Palamede ed al Diacono Terione, che potranno disporne come più conviene loro nell’esercizio delle loro rispettive funzioni al servizio de La Cittadella. In calce alla missiva vi è l’invito a presentarsi il mattino successivo davanti all’edificio per ritirarne le chiavi.
Palamede informa subito il compagno Terione ed insieme decidono di presentarsi il mattino dopo unitamente ad Aureliana ed Angelica, ormai considerate compagne d’armi dopo gli accadimenti nella casa del Conte Valerius. Terione coinvolge anche il farmacista Dryas, anch’egli ormai ritenuto annoverato nella squadra, il quale però avverte che non potrà presentarsi puntuale all’appuntamento per via di un improcrastinabile incarico di lavoro, ma promette che raggiungerà il gruppo in mattinata, non appena avrà espletato l’inderogabile compito.
Di buon mattino, quindi, il quartetto si fa trovare davanti alla porta della casa dell’Alchimista, a cui notano che sono stati già tolti i sigilli con cui era fermata. Passato poco tempo, in orario perfetto, si avvicina un uomo alto e magro, dal profilo ombroso ed affilato, fiancheggiato da quelle che sembrano due corpulente guardie del corpo. Dopo rapidi e scarni convenevoli, durante i quali il portatore delle chiavi si presenta come un Messo del Consiglio, al Cadetto vengono consegnate le chiavi dell’edificio accompagnate dalle seguenti, enigmatiche parole, pronunciate con affettata superiorità e tono allusivo da colui che gliele porge: “Ecco le chiavi del vostro meritato premio: è una dimora solida, costruita su fondamenta antiche. Tuttavia questa casa è un labirinto di silenzi, giovanotti: l’alchimista era un uomo che non buttava mai nulla, si limitava a spingere le sue colpe un po’ più in profondità. Spero che abbiate lo stomaco forte, perché la verità, a volte, ha un odore di acido e vecchia carne. Attenzione dunque, poiché certi edifici sono come le verità della Baronessa: hanno sempre un doppio fondo, e ciò che vi è sepolto raramente accetta di restare morto”. Detto ciò, l’ambiguo Messo si volta e si allontana, seguito a spalla dai due silenziosi energumeni; ma prima che esso scompaia dietro l’angolo che dal vicolo porta al viale del mercato, Palamede gli chiede a bruciapelo chi egli sia, per poterlo ringraziare ancora, e la risposta che riceve è lapidaria: “Il braccio destro del Visconte”.
Una volta soli davanti alla loro nuova base operativa, i quattro giovani intraprendenti decidono di entrarvi: il Cadetto, che si incarica di tenere le chiavi dell’edificio, apre la pesante porta d’ingresso ed i quattro, dopo aver spalancato tutti gli scuri delle finestre, per tutto quel tempo serrati, entrano nella casa, che si presenta loro intatta, proprio come lasciata dopo gli eventi occorsi in seguito all’assassinio del suo precedente proprietario e della sua famiglia.
I quattro perlustrano tutta la casa, sincerandosi che vi si trovi ancora tutto, ed Aureliana finge di trovare la cassaforte nascosta dietro il doppiofondo dello scrittoio, nel laboratorio di Bellisarius. La Madamigella lascia che il Cadetto tenti di aprirla, non riuscendoci, dopodiché ci prova lei, “indovinandone” la combinazione al suo primo tentativo: a quel punto Palamede s’insospettisce e chiede spiegazioni, ed è Terione a rispondere, il quale per la sua semplicità d’animo non può trattenere oltre il segreto della loro intrusione all’amico e comproprietario, e perciò snocciola tutto l’accaduto, suscitando la reazione benevola di Palamede, che perdona tutto a tutti, richiamando però ciascun membro ad una maggiore trasparenza in futuro, per poter cooperare al meglio a beneficio dell’intero loro gruppo.

Condiviso il ricco contenuto della cassaforte, i quattro giovani procedono all’ispezione dell’intera casa, controllando anche il piano rialzato. Suscitati però dalle enigmatiche parole del Messo del Consiglio, iniziano a cercare fantomatici segreti che possano nascondersi tra le mura del loro nuovo quartier generale: ed è così che Palamede scopre che il sottoscala probabilmente nasconde un doppio fondo, e vagliando al setaccio tutta la struttura del sottoscala, Aureliana individua un’altra botola oltre a quella che conduce alla ormai nota terrazza, molto ben mimetizzata nel pavimento sopra il soppalchetto che conduce alla stanza da letto.
Grazie alle capacità miracolari di Terione, la botola viene permanentemente dischiusa, ed i quattro investigatori scendono per la scala segreta che trovano all’interno del sottoscala, verso un piano inferiore a quello della casa. Al termine della scala vi è una porta rinforzata, presto aperta con le chiavi in dotazione del Cadetto: segno che Bellisarius non solo sapeva dell’esistenza di questo sotterraneo, ma vi accedeva con regolarità, altrimenti non ne avrebbe tenuto le chiavi insieme a quelle del resto della sua abitazione.
La porta conduce ad un ampio vano sotterraneo, una specie di anticamera sul pavimento della quale spicca una grossa grata di metallo fissata al suolo da pesanti chiodi, che ovviamente lascia intuire l’esistenza di un ulteriore vano che si apre nel sottosuolo. Dopo aver acceso le lanterne ed illuminato la stanza, i personaggi la esplorano, trovando, tra l’altro, su di un piccolo tavolino munito di sgabello, alcune pagine evidentemente stralciate da una sorta di diario, nelle quali si parla di un esperimento alchemico compiuto su di un non meglio specificato “soggetto”, custodito in una sorta di cella d’isolamento. Decisi ad esplorare tutti i sotterranei, i quattro giovani aprono una pesante porta a due ante che trovano sulla parete di lato della stanza, utilizzando le medesime chiavi del mazzo, e quindi accedono ad un’ampia stanza quadrata che individuano immediatamente come un grande laboratorio dove evidentemente l’alchimista Bellisarius praticava i suoi esperimenti più segreti.
Al centro della stanza c’è un pesante tavolo di marmo adatto ad operazioni chirurgiche, con un’evidente crepa causata da un pesante oggetto contundente; in un angolo si trovano delle casse distrutte, il cui contenuto, probabilmente fiale di vetro piene di liquidi ignoti, rimane versato sul pavimento in chiazze ed aloni ormai disseccati; da una parte è situato un armadio con numerosi strumenti da laboratorio e sulla parete in fondo è collocato un lungo tavolo da laboratorio sul quale sono appoggiate una fiala contenente un Siero della Libertà (una pozione per vanificare gli effetti della paralisi o della pietrificazione) ed un grosso martello da battaglia disposto ordinatamente di lato (la cui testa calza esattamente nell’impronta crepata presente sul tavolo chirurgico di marmo). Vicino al lungo tavolo c’è una libreria con qualche volume appoggiata ad un muro dietro al quale una ripida scala conduce ad un piano ancora inferiore; mentre infine, verso l’altro angolo della stanza, un grosso vano vuoto rinchiuso su due lati da pesanti grate lascia intravvedere una sorta di cella murata al piano sottostante.

I quattro esploratori decidono di scendere le strette scale e raggiungono una nuova stanza che si apre sotto il laboratorio al centro della quale è posizionato un tavolo al quale si intravede una figura umana seduta, ma con braccia e testa riverse in avanti, come se stesse dormendo. Palamede vi si avvicina di soppiatto, mentre Aureliana vi striscia alle spalle presentendo un pericolo: la figura prona sembra cadaverica e presenta un braccio disteso sul tavolo, ma spappolato come da un colpo di martello all’altezza dell’omero; sul polso il Cadetto nota subito un tatuaggio di un nodo che identifica il defunto come appartenente all’omonima Loggia.
La luce della lanterna nella mano di Palamede, però, risveglia il non-morto dal suo stato di quiescenza, il quale assale d’improvviso l’intruso che gli sta difronte afferrandolo e mordendolo al collo. Il Cadetto, colto di sorpresa, è ridotto in fin di vita e soltanto i poteri taumaturgici del Diacono lo ristabiliscono in salute; nel frattempo Aureliana ed Angelica mettono definitivamente fuori causa il cadavere non-morto di quello che appare, ad un successivo e più accurato esame del corpo, come il carceriere delle segrete che evidentemente occupano quel piano: su di esso, infatti, si trovano un nuovo mazzo di chiavi ed un documento nascosto in una tasca interna, su cui è vergata una missiva con tanto di sigillo.
Dopo aver esplorato il resto del piano ed aver appurato che si tratti delle segrete dove Bellisarius teneva le cavie umane di ragazzini su cui faceva esperimenti (due dei quali ritrovati come cadaveri non-morti ancora nelle loro celle e prontamente eliminati), Aureliana si appresta a leggere ai compagni il documento ritrovato sul misterioso carceriere appartenente alla Loggia del Nodo, al cui GranMastro la lettera pare indirizzata: «Le pedine sono disposte sulla scacchiera. Il ballo del Conte sarà il palcoscenico perfetto per il nostro atto finale. Come concordato, l’assalto dovrà avvenire durante il brindisi, nel momento di massima visibilità. I vostri uomini dovranno colpire con precisione chirurgica: la lama deve scalfire, ma non recidere; il sangue deve scorrere quanto basta per scuotere l’animo dei presenti, ma non una goccia di più. Desidero che i notabili presenti mi vedano come una martire sopravvissuta alla barbarie politica di chi si oppone alla mia proposta di legge. Fate in modo che l’attentatore venga visto chiaramente fuggire con i colori della fazione ostracista prima di sparire nel nulla. Se l’opinione pubblica verserà lacrime per me, il Consiglio non potrà che votare a mio favore. Il pagamento della seconda tranche vi attende nel solito luogo, una volta che il voto sarà ratificato. Non tollererò errori: la mia vita è nelle vostre mani, ma la vostra fortuna dipende dal mio successo». In calce alla lettera c’è l’inequivocabile sigillo della Baronessa Domitilla De’Legati.
Ancora basiti per la scoperta, i quattro investigatori decidono di risalire al piano superiore per vedere cosa si trovi nell’unica cella rimasta ancora inesplorata: facendo luce con una lanterna appesa ad una corda, Angelica illumina quella che sembra una statua di un grosso guerriero inginocchiata e tenuta ai ceppi nell’angolo più lontano della cella d’isolamento. In quel momento vengono utili le informazioni trovate sulle pagine del diario in possesso di Aureliana, le quali descrivono alcune fasi dell’esperimento che l’Alchimista aveva in corso in questi termini:
«Provenienza dell’Esemplare: acquistato al mercato nero degli schiavi dalla Gilda dei Mandriani, il “sarcos” proviene dal nord, probabilmente barbari del Keltoi, ma si tratta di un campione inadatto al lavoro duro per via del fisico carente, tuttavia è un soggetto ideale per l’esperimento, poiché il suo aspetto minuto e scarno farà da contrasto con gli effetti del siero.
Processo Alchemico: sottoposto a quattro cicli di trasmutazione ematica tramite inoculazione, il corpo del “sarcos” ha iniziato ad evidenziare un’accelerazione nello sviluppo fisico, ben oltre lo stadio della sua età anagrafica (che presuppongo pubescente). Dopo la settima ed ultima inoculazione il “sarcos” presenta una formazione stabile da adulto dotato di notevole forza e resistenza, tuttavia l’età mentale è rimasta quella precedente, ma con notabili lacune mnemoniche e d’identità. A tale proposito, il “sarcos” è stato codificato con il nome di Acatartus Doulion.
Accelerazione Forzata: il siero agisce sul fisico del soggetto inoculato forzando la mitosi cellulare e lo sviluppo muscolare. Il risultato di tale accelerazione consegna un individuo con la stazza e la forza di un combattente nel pieno della maturità fisica, tuttavia il siero non intacca i centri neurali e la psiche rimane cristallizzata all’età del soggetto precedente all’inoculazione. Acatartus è, a tutti gli effetti, un bambino in età puberale racchiuso in un corpo ipertrofico e cicatrizzato.
Ancoraggio Psichico: Acatartus sembra reagire positivamente alla vista e meglio, al contatto, con una specie di “oggetto di conforto”, un grosso martello come quelli in uso presso i fabbri, che probabilmente attiva dei ricordi positivi precedenti al suo asservimento. A tal uopo durante le inoculazioni il contatto con lo strumento rendeva il soggetto calmo e collaborativo: Acatartus stringe il martello a sé come se fosse un fantoccio di pezza, denunciandone il valore di strumento simbolico di sicurezza e famigliarità, raramente lo impugna, ma piuttosto lo trascina per la cinghia dondolandolo, oppure lo preme al viso per annusare l’odore del metallo o del cuoio».
Concordando dunque sull’identità del corpo pietrificato nella cella, i quattro giovani decidono di liberarlo, confidando nella sua gratitudine e nel suo auspicabile aiuto per venire a conoscenza di ulteriori informazioni su quel posto oscuro e pieno di segreti. Usando le chiavi trovate sul defunto carceriere, Palamede disserra le pesanti grate che chiudono la cella, quindi Angelica ed Aureliana vi si calano all’interno, versano il Siero della Libertà nell’orecchio della grossa figura di pietra ed attendono che la sua carnificazione sia completa, quindi, facendo ricorso ad un tono più materno possibile, le due giovani donne rassicurano il povero fanciullo prigioniero nel corpo di un adulto combattente, di non volergli fare del male, ma anzi di essergli amiche e di volerlo finalmente liberare e portare al sicuro.
La povera vittima dell’esperimento di Bellisarius è dapprima comprensibilmente spaurita e diffidente, ma quando Terione cala nella cella il martello e le due giovani lo mostrano al poveretto ancora chiuso nei ceppi, questi sorride e si calma, lasciandosi liberare per afferrare con bramosia la grossa arma e stringerla al petto come fosse un affezionato pupazzo. Quindi, dopo un breve momento di acclimatamento alla sua nuova condizione di libertà, l’esperimento Acatartus, si affida con confidenza alle sue salvatrici e tutti e tre risalgono le mura della cella verso il laboratorio al piano superiore. Quando si riuniscono con Terione e Palamede, le due sororali custodi di Acatartus ne promuovono la conoscenza con il loro protetto, il quale vinto dal pacioso aspetto del Diacono, si lascia accogliere fiducioso nel gruppo dei suoi liberatori.
Il quintetto decide di lasciare i sotterranei, perciò si appropinqua al portone che conduce nell’anticamera del laboratorio sotterraneo, ma proprio in quel momento uno schianto poco rassicurante si ode pervenire dalla stanza: davanti al gruppo in uscita la grata fissata al pavimento viene divelta con forza da due grossi tentacoli, e dal buco che ne rimane emerge veloce un gigantesco Rupofago (una creatura spazzina spesso rinchiusa nei sotterranei come animale di “pulizia”), evidentemente relegato al di sotto del laboratorio segreto per fungere da “pattumiera vivente” e smaltire gli scarti degli esperimenti del defunto Bellisarius. La bestia, come del resto gli altri “abitanti” rinchiusi nelle segrete, è evidentemente affamata dopo il lungo tempo trascorso dall’ultima volta in cui l’alchimista si occupava dei prigionieri del suo laboratorio nascosto, ed ora, attirata dall’odore dei nuovi intrusi, è sopraggiunta per nutrirsene.
Quando il gruppetto di avventurieri si riprende dalla sorpresa che li ha colti alla sprovvista, il Rupofago è completamente emerso dal sottosuolo e si frappone tra loro e l’unica via d’uscita conosciuta. È a quel punto che accade l’inopinato: Acatartus appare letteralmente terrorizzato dall’apparizione del famelico mostro e strappata la presa consolante delle mani amiche delle due ragazze che lo conducevano, si accartoccia su se stesso in preda alle convulsioni di un panico incontenibile; nel lasso di un batter d’occhio il suo corpo rannicchiato attorno al voluminoso martello sembra quasi esplodere, ingrandendosi a dismisura nella figura di una creatura abnorme dalle fattezze di un energumeno dai muscoli fuori misura in preda ad una furia incontrollabile. Il gigantesco mutante scaraventa il pesante martello contro il Rupofago in un micidiale colpo che lo costringe ad indietreggiare, quindi si avventa sul mostro accasciandolo con i suoi poderosi pugni.
Mentre si svolge il fenomenale combattimento tra le due gigantesche creature, i quattro giovani proprietari ne approfittano per avviarsi verso l’uscita, quando la battaglia tra il mutante ed il mostro spazzino volge ad un inaspettato epilogo: avvinghiati nella lotta i due voluminosi corpi cadono nell’ampio buco del pavimento precedentemente chiuso dalla grata ora divelta, e i due contendenti si schiantano rumorosamente al piano di sotto avvolto nell’oscurità.
Presi da quest’inattesa piega degli eventi, i quattro personaggi tornano indietro e si affacciano ai bordi del grande buco per cercare di vedere lo svolgimento dello scontro, ma il buio intenso che pervade l’antro sottostante non lascia spazio che ai suoni ottusi dei colpi sferrati dal grosso mutante, i quali lentamente rallentano di frequenza ed intensità, smettendo infine di accanirsi sul corpo ormai evidentemente privo di vita del Rupofago. Il silenzio del cessato combattimento lascia il posto a flebili lamenti che somigliano tanto al sommesso pianto di un bimbo intrappolato in un corpo d’adulto, infine una voce smuove l’animo dei quattro titubanti auditori: una roca richiesta di aiuto li fa decidere di restare, e trovare il modo di scendere nell’abisso scuro per aiutare quel guerriero fanciullo che in cuor loro hanno già scelto di adottare.