Una serie di ritorni

Il fitto intreccio di radici e l’ombra densa della foresta che circonda Parvavilla offrono un rifugio precario, ma vitale, per i due fuggitivi che sono riusciti a scampare la torma che li ha aggrediti alla piazza del pozzo.

Sotto la volta dei rami secolari, dove l’aria odora di muschio ed umidità, Tharraleos e Filosòma riprendono faticosamente le forze, mentre i loro respiri affannosi rompono il silenzio solenne del bosco. I loro corpi sono segnati dalla fatica e dai colpi ricevuti durante la rocambolesca fuga, ma è lo spirito ad essere profondamente lacerato dal terrore e dal senso di colpa per aver dovuto abbandonare il loro amico Dasòdis, rimasto riverso in piazza e travolto dalla folla inferocita soggiogata dalla strega Catarina.

I due ragazzi si siedono sfiniti su di un tronco spezzato che trovano in una piccola radura ed accendono un esile focherello per scaldarsi giusto le mani intirizzite dalla  notte in divenire, mentre in silenzio restano raccolti nei loro pensieri, con le orecchie tese ad intercettare ogni minimo fruscìo nel sottobosco che possa tradire l’avvicinamento dei loro stessi concittadini, trasformati in automi privi di volontà.

La situazione è disperata: non sanno esattamente come comportarsi, né quale sia la mossa giusta per spezzare l’incantesimo che tiene in scacco l’intero insediamento. Dopo un intermittente sussurrare, decidono che l’unica opzione ragionevole è quella di rimanere nascosti nel folto della vegetazione per alcuni giorni, in modo da essere assolutamente sicuri di non incrociare la temibile Catarina e, allo stesso tempo, attendere che gli abitanti di Parvavilla rientrino finalmente in se stessi, dopo che l’effetto della trance provocata dall’acqua contaminata si sia esaurito.

Per evitare di essere individuati dai loro concittadini o dalla strega, i due giovani scelgono di spostarsi ogni singolo giorno, cambiando continuamente accampamento e muovendosi come ombre nei boschi che circondano il loro villaggio natìo. C’è un luogo, tuttavia, che evitano con cura quasi religiosa, tenendosene a debita distanza: è il Grottomìo, ossia quel tetro sotterraneo dove hanno combattuto Catarina quella volta che hanno incrociato la misteriosa Ombrosa e che poi hanno scoperto essere il covo segreto della fattucchiera. Lì dentro sanno che il pericolo è troppo grande per le sole forze rimaste loro.

Trascorsi tre lunghi e logoranti giorni all’addiaccio, durante i quali il silenzio della foresta non è stato più interrotto da passi sospetti o da ombre di inseguitori, i due ragazzi concordano che più nessuno pattuglia i confini boschivi del loro villaggio, così, tacitamente divisi tra l’ansia dell’ignoto ed il desiderio di ritrovare i propri cari, Tharraleos e Filosòma decidono che è giunto il momento di fare ritorno a Parvavilla.

Quando riemergono dalla boscaglia e superano le prime staccionate, trovano il villaggio ancora profondamente scosso e traumatizzato dal terribile accadimento dei giorni precedenti: l’atmosfera che si respira tra le case di pietra e legno è cupa e sospesa, ma i loro genitori e gli amici rimasti, fortunatamente liberatisi dalla trance magica, accorrono incontro ai due fuggitivi, mostrandosi immensamente preoccupati per la loro sorte e sollevati nel vederli ancora in vita. Per il resto, il paese sembra aver ritrovato una parvenza di normalità e tutto appare tranquillo, sebbene una spessa coltre di tristezza e mistero avvolga ogni conversazione.

In particolare una figura si distingue per la sua immensa sofferenza: si tratta di Lamentia, la madre di Dasòdis. La donna è letteralmente affranta, poiché fino a quel momento era fermamente convinta che suo figlio si trovasse al sicuro insieme a Tharraleos e Filosòma nella foresta, ma quando i due ragazzi, con lo sguardo basso e le voci rotte dall’emozione, le raccontano nel dettaglio cosa è successo nella piazzetta e descrivono il modo eroico in cui il giovane braccatore si è sacrificato permettendo loro di fuggire, Lamentia esplode in un pianto dirotto e straziante, che risuona tra le pareti dell’erboristeria. Tuttavia, dietro quelle lacrime cariche di dolore, emerge la tempra di una madre che non vuole arrendersi: la donna non perde del tutto le speranze che suo figlio possa essere ancora vivo, e dichiara che fino a quando il corpo del suo amato bene non verrà ritrovato non rimarrà preda della disperazione.

Mosso dalle parole della donna e dal legame fraterno che l’unisce allo scomparso, il gruppo dei giovani amici non intende restare a guardare. Passano così alcuni giorni intensi, durante i quali Tharraleos, Filosòma e le sorelle Melissa e Nigra Tramapanni, insieme alla piccola Sophia Brandimartello, cercano disperatamente lo scomparso in ogni anfratto nei dintorni del villaggio. Ogni mattina partono all’alba, spingendosi ogni giorno un po’ più lontano, ispezionando fossati, ruderi e cespugli, ma purtroppo senza trovare la minima traccia del loro compagno.

In questa impresa però non sono soli, poiché anche alcuni abitanti del villaggio, commossi dalla situazione, decidono di dare una mano nelle ricerche. In particolare, alle battute di perlustrazione dei compagni d’avventure si aggrega stabilmente Silviodoro D’Armalonga, un giovane del posto che ben presto si integra perfettamente nel gruppo dei ragazzi, diventando loro amico ed alleato.

Silviodoro, infatti, condivide con loro molto più di una semplice vicinanza geografica: anche lui è stato uno studente di magia presso il defunto druido Fitòfilo. Inoltre il ragazzo porta nel cuore una ferita recentemente aperta ed ancora sanguinante: durante lo scontro caotico avvenuto in piazza al cospetto di Catarina, suo padre è rimasto tragicamente ucciso, calpestato dalla folla accesa di furore dalla strega, e così ora Silviodoro ha una duplice ragione per cercare una rivalsa sulla malvagia fattucchiera.

Le ricerche diventano metodiche ed audaci: spinti dalla determinazione del nuovo compagno, i ragazzi si spingono fino nelle strette vicinanze del Grottomìo, sfiorando l’ingresso del sotterraneo di Catarina, e giungono persino nei dintorni della casa arborea del defunto Fitòfilo. Nonostante l’acrìbia dei loro sforzi, però, non emerge alcuna traccia né di Dasòdis, né di Catarina, e nemmeno di Ombrosa, la misteriosa ragazza in tunica verde che si è appropriata del il bastone magico appartenuto al vecchio druido: tutti costoro sembrano essersi letteralmente volatilizzati nel nulla.

Con il passare delle settimane, la routine quotidiana riprende inesorabilmente a Parvavilla: i contadini tornano ai campi, i bottegai ai loro negozi ed il fabbro riprende a battere il ferro, ma ai giovani protagonisti delle ultime disavventure rimane addosso il tormento logorante del dubbio, sentono di non aver tentato ogni singola strada possibile per ritrovare il loro amico d’infanzia, e quel pensiero non li lascia dormire la notte.

È proprio durante una delle loro riunioni nella piazzetta del pozzo che a Silviodoro viene in mente un’idea sfuggita a tutti gli altri: il bazar di Catarina!

In effetti, in tutto quel lungo lasso di tempo, la bottega è rimasta completamente serrata, inattiva e polverosa sul limitare della piazza, ignorata da tutti nel tentativo di rimuovere ogni collegamento con l’infausto accaduto, o forse nessuno ha osato avvicinarsi per paura di qualche maledizione. Alla luce di quella ovvia rivelazione, i ragazzi decidono di introdurvisi per cercare indizi, mappe o documenti che la strega potrebbe aver lasciato dietro di sé.

Riunito il gruppo al completo, con il massiccio Tharraleos, il devoto Filosòma, l’agile Sophia, le determinate sorelle Tramapanni ed il nuovo membro Silviodoro, la compagnia si avvicina all’edificio sotto la luce incerta del crepuscolo: esaminando l’ingresso principale, gli studenti di magia scoprono immediatamente che la pesante porta di legno del bazar è stata sigillata per mezzo di una potente stregoneria, ma notano anche che le finestre della bottega, sebbene chiuse dagli scuri, non presentano alcuna protezione magica. Sfruttando le spiccate abilità furtive della piccola Sophia, i ragazzi riescono a forzare una delle imposte di legno e, uno alla volta, penetrano all’interno dello stabile.

L’interno del bazar si presenta immerso nella penombra, apparentemente svuotato dei suoi arredi migliori e del tutto abbandonato, con ragnatele che pendono dalle travi e polvere che copre ogni superficie. I passi dei giovani risuonano sinistri sul pavimento di legno mentre si dirigono verso il retrobottega. Non appena Filosòma e Tharraleos scassinano la porta che dà sui locali del retro, l’aria viene improvvisamente squarciata da un grugnito spaventoso e dal lezzo insopportabile di carne putrida: dall’oscurità della stanza balza in avanti un orrendo Abominio, una creatura deforme e titanica composta da muscoli laceri, ossa sporgenti e bava acida, del tutto simile al mostro che era uscito dalla boccetta di liquido nero che Catarina aveva consegnato a Dasòdis durante il loro precedente incontro.

La trappola vivente della strega scatta con ferocia, ma questa volta la compagnia non si lascia prendere dal panico e si trova in un netto vantaggio numerico rispetto al passato: Tharraleos, sguainando la sua arma, si posiziona in prima linea accanto a Nigra, fungendo da scudo umano mentre Filosòma invoca una benedizione che infonde coraggio e forza nei cuori dei compagni. Melissa e Silviodoro, unendo le loro voci in un coro armonico di formule arcane, bersagliano la massa purulenta con dardi di luce e scariche elementali, mentre Sophia, muovendosi con destrezza fulminea alle spalle dell’a ‘abominevole creatura, pianta i suoi coltelli da lancio nei punti più vulnerabili del suo dorso.

Grazie all’azione coordinata ed alla superiorità strategica, i ragazzi sconfiggono il mostro in pochi minuti, facendolo collassare in una pozza di liquame inerte. Senza perdere un solo istante, superano i resti della creatura ed entrano decisi nel locale segreto che questa evidentemente proteggeva con tanta ferocia.

Lì dentro, illuminata da una debole luce spettrale, vengono incredibilmente accolti dalla figura di Catarina in persona, in piedi ed immobile, con il suo solito sorriso enigmatico impresso sul volto contornato dalle chiome quasi albine.

I ragazzi si bloccano, le armi spianate ed i cuori in gola: con la sua caratteristica parlata esotica e con voce pacata, ma ferma, la donna dichiara di avere ancora in ostaggio il loro amico Dasòdis, aggiungendo con tono spietato che se lo vogliono rivedere vivo dovranno portarle il bordione magico del defunto Fitòfilo entro e non oltre tre giorni da ora.

A quelle parole spocchiose, Tharraleos si accende di un’ira cieca ed incontrollabile, ed urlando tutta la sua rabbia il giovane guerriero scatta in avanti e si getta con violenza contro la strega per trafiggerla, ma la figura di Catarina si rivela essere soltanto una complessa proiezione magica, una sorta di illusione creata per recapitare il messaggio: al contatto fisico con la lama di Tharraleos, infatti, la figura incappucciata svanisce in una nuvola di fumo azzurrino, lasciando i ragazzi nel silenzio più assoluto e senza che l’artefatto abbia avuto il tempo di rivelare il luogo stabilito per l’incontro e lo scambio.

Riuniti attorno al tavolo vuoto, allora, i giovani avventurieri si consultano febbrilmente per analizzare la situazione. Melissa, stringendo i pugni, esprime i suoi dubbi: “Non ha detto dove trovarla, ma Catarina sa che noi conosciamo i suoi possedimenti fuori da Parvavilla…”, supponendo con logica stringente che la strega li aspetterà nei pressi del suo territorio, ovvero il Grottomìo. “Certo però è che non ci presenteremo lì senza un piano…”, obietta con tono dubbioso Filosòma, “E soprattutto senza il bordione del nostro vecchio insegnante…”, aggiunge concludendo Tharraleos.

Dopo aver confabulato per qualche momento, i ragazzi decidono allora di tentare una mossa strategica azzardata: andare a cercare Ombrosa nella sua vecchia tana, ossia la casa arborea del defunto Fitòfilo, sperando che la misteriosa ragazza in verde vi si sia rifugiata dopo essersi ripresa il bastone magico, anche se l’ultima volta che Tharraleos e Filosòma avevano perlustrato la foresta alla ricerca di Dasòdis, non avevano visto nessuno in quella specifica zona, ma è pur vero che si erano tenuti a distanza dalla struttura per prudenza; perciò, nel profondo dei loro cuori, sperano ardentemente che Ombrosa possa essere tornata in quel luogo a lei tanto caro.

La loro intenzione è tanto audace quanto rischiosa: vogliono mettersi d’accordo con lei, stringendo un’alleanza temporanea per tendere una letale imboscata a Catarina. Il patto che intendono proporle è chiaro: una volta uccisa definitivamente la strega e salvato il loro compagno Dasòdis, Ombrosa potrà pure tenersi il potente bordione Empedocle.

Il gruppo si accorda per agire il giorno successivo, rientrando per la notte alle rispettive case per prepararsi di tutto punto con armi, pozioni ed incantesimi, ma prima di ritirarsi, Tharraleos si reca dall’erborista Lamentia: stringendole le mani, le dona il prezioso conforto della speranza, raccontandole l’incredibile accaduto di quel giorno, e mentre le conferma che suo figlio è vivo, vede i suoi occhi riaccendersi di una luce che sembrava ormai spenta…

Il mattino seguente, sotto un cielo plumbeo che minaccia pioggia, il gruppo al completo si ritrova nella piazza del pozzo di Parvavilla e parte a marcia serrata verso la casa arborea di Fitòfilo, immersa nel cuore della foresta. Il viaggio lungo il sentiero scorre stranamente tranquillo, avvolto da un silenzio quasi innaturale che non fa presagire nulla di buono, ed infatti, non appena i sei intrepidi ragazzi giungono nella radura dove si staglia la famigliare sagoma dell’edificio arboreo, l’aria trema ed il terreno sussulta violentemente sotto i loro piedi: con un boato spaventoso, il gruppo viene assalito da una gigantesca Metactinia, una creatura da incubo simile ad una chiocciola mastodontica, dotata di un guscio roccioso coperto di spuntoni, fauci circolari fittamente dentate e mossa da una fame insaziabile e vorace. Il mostro, nel tentativo furioso di attaccare i ragazzi e ghermirli, percorre la via più diretta verso di loro, ma così facendo travolge con il suo peso immane la casa di legno del defunto druido, la quale crolla in un cumulo di schegge e fogliame.

Mentre i giovani guerrieri sono impegnati a salvarsi la vita tra le macerie e ad organizzare una linea difensiva per affrontare la gigantesca creatura, ecco che un bagliore azzurrino attira la loro attenzione: alle loro spalle emerge dal fitto del bosco Ombrosa, la figlia adottiva di Fitòfilo, stringendo saldamente tra le mani il bordione Empedocle, il cui cristallo pulsa di energia magica.

A quella vista, ogni proposito di trattativa diplomatica salta all’istante: Melissa, intuendo che la gigantesca mostruisità bavosa non è capitata lì in quel momento per caso, abbandona ogni velleità di potersi accordare con colei che già una volta ha approfittato di una situazione drammatica per portarle via il “suo” bastone, e così, animata da una fiera determinazione di rivincita, subito ingaggia un duello ravvicinato con lei.

Lo scontro di magia che ne scaturisce è di una ferocia inaudita: lampi di luce ed onde d’urto spezzano i rami circostanti e fanno sfrigolare le foglie secche, ma Melissa viene subito affiancata dal coraggioso Silviodoro, anch’egli abile nei sortilegi grazie agli insegnamenti passati del comune maestro, il quale scaglia dardi incantati per distrarre l’avversaria e proteggere la compagna.

Nel frattempo, sul lato opposto della radura, gli altri combattenti del gruppo dimostrano una tempra eroica: Tharraleos, Nigra e Filosòma, coordinando i loro attacchi, colpiscono ripetutamente le carni molli della Metactinia, mentre Sophia, arrampicatasi sul guscio del mostro, ne taglia i bordi attaccati alla carne come se volesse eviscerarla viva, finché la gigantesca creatura, ferita gravemente e spaventata dalla loro furia, decide di ritirarsi, strisciando precipitosamente verso il cuore della foresta e lasciando i ragazzi liberi di intervenire nel duello a fianco dei loro due compagni.

Ombrosa, anche se si trova in inferiorità numerica contro due avversari, si dimostra una contendente formidabile: è incredibilmente forte grazie ai poteri elementali di Empedocle, e riesce a mettere in grave difficoltà i suoi oppositori, respingendo i loro assalti con relativa facilità. Tuttavia la situazione sta ora per mutare, poiché i combattenti di Parvavilla che hanno appena sconfitto la Metactinia sono determinati ad unirsi alla mischia, pronti per dare il colpo di grazia alla ragazza in verde.

Ma prima che Tharraleos, Nigra, Fitòfilo e Sophia possano fiondarsi con le spade spiegate su Ombrosa per immobilizzarla, un sibilo acuto lacera l’aria: dalla semioscurità della foresta circostante, una gragnuola fitta e precisa di frecce intercetta la loro avanzata, costringendoli a gettarsi a terra tra i detriti per non essere trafitti. Uno sguardo verso la provenienza di quelle frecce e l’orrore pervade i cuori di tutti: è Dasòdis D’Aurafalce ad emergere dal sottobosco, con lo sguardo vitreo e l’arco teso, posizionandosi come uno scudo umano per impedire ai suoi vecchi compagni di avvicinarsi ai duellanti di magia che si stanno spietatamente confrontando.

Alle spalle del ragazzo, infatti, l’aria s’increspa e, squarciando il velo dell’invisibilità, sorge la figura trionfante di Catarina: la spietata strega tiene evidentemente sotto il suo controllo il giovane avventuriero dato per scomparso, manipolandone i sentimenti ed i movimenti come se fosse un burattino di carne.

Con un tono di voce gelido ed imperioso, l’astuta ammaliatrice dà ordine a Dasòdis di impedire a chiunque di raggiungerla od ostacolarla, quindi, approfittando del caos e della paralisi emotiva dei ragazzi – i quali non osano attaccare il loro amico ritrovato – la maliarda solleva le mani e lancia una potente stregoneria di vincolo: un’ondata di energia oscura investe istantaneamente Ombrosa, Melissa e Silviodoro, bloccandoli in un’immobilità assoluta e dolorosa, come statue di pietra incapaci di contrarre un solo muscolo. Poi, con passo ostentatamente sicuro ed elegante, si avvicina ad Ombrosa, le strappa con facilità il bordione magico dalle mani inerti e, voltandosi verso il resto del gruppo, mostra un sorriso di beffardo trionfo e ricolmo di pura malizia: senza alcuna pietà, Catarina canalizza il suo potere arcano con una formula ridondante e scaglia una devastante palla di fuoco sull’intero gruppo dei ragazzi, per poi svanire nel nulla in una coltre di nera fuliggine, portando con sé il suo prezioso trofeo.

L’incendio che scaturisce dall’esplosione magica è immediato e devastante: le fiamme alte e voraci divampano nella radura, avvolgendo ogni cosa in un inferno di calore e fumo acre. In quel momento di puro panico e disperazione, Nigra compie l’estremo, eroico sacrificio della sua giovane vita: con un balzo disperato la forte guerriera si getta sopra la sorella minore Melissa, coprendola interamente con il proprio corpo per proteggerla dalla vampata mortale. L’impatto del fuoco è letale: la coraggiosa ragazza rimane definitivamente uccisa sul colpo, arsa viva dalle fiamme che le consumano le carni, senza emettere un solo lamento pur di salvare la sorella.

Anche Silviodoro ed Ombrosa, rimasti tragicamente intrappolati nella paralisi magica lanciata da Catarina ed impossibilitati a difendersi o a fuggire, ardono vivi tra mute grida e strazianti sguardi di panico e dolore. Gli altri membri del gruppo riescono a salvarsi miracolosamente dalla morte immediata solo grazie alla maggiore distanza dall’esplosione di fuoco.

Una volta spentosi l’incendio e ripresisi parzialmente dal trauma indicibile di quella carneficina, i sopravvissuti si guardano intorno tra le ceneri fumanti della radura: tra i tronchi anneriti notano la figura di Dasòdis che è crollato a terra, ansimante. Spezzatosi l’incantesimo di controllo che lo teneva incatenato al volere della strega, i suoi amici lo ritrovano finalmente rientrato in se stesso, con le pupille tornate lucide e le lacrime che gli rigano il volto sporco di cenere e terra.

Con la voce spezzata dal rimorso e dal terrore, il ragazzo racconta loro l’incubo vissuto nelle ultime settimane: spiega di come si sia risvegliato dalla terribile perdita di conoscenza avvenuta nella piazza del pozzo ritrovandosi al cospetto di Catarina, e di come sia stato completamente soggiogato dal fascino magnetico, oscuro e manipolatorio della maligna ammaliatrice, la quale lo ha trattenuto presso di sé come una sorta di schiavo privo di volontà per tutto quel lunghissimo tempo, costringendolo a compiere azioni orribili contro i suoi stessi amici. Nessuno dei ragazzi sente di poter colpevolizzare Dasòdis, sapendo bene quanto la magia di Catarina sia spietata ed invincibile.

Fatto il tragico ed atroce conto dei morti rimasti sul terreno e dopo aver completato la guarigione delle ustioni più gravi dei feriti grazie alle cure di Filosòma, il gruppo si siede tra i resti della casa di Fitòfilo, distrutto nell’animo. La maturità e la consapevolezza della crescita si abbattono su di loro come un peso insostenibile: comprendono che il mondo oltre i confini protetti del villaggio è dominato da forze oscure che non sempre possono essere sconfitte dall’entusiasmo della gioventù.

Con una dolorosa, ma pragmatica lucidità, i ragazzi decidono di lasciare che Catarina si goda la sua definitiva vittoria, rinunciando per sempre ad inseguirla o a tentare di recuperare il bastone magico del loro defunto insegnante, sperando solo con tutto il cuore che, avendo ottenuto l’artefatto che tanto bramava, la strega li lasci finalmente in pace e non si faccia mai più rivedere nei territori di Parvavilla.

Tutti fermamente d’accordo su questa triste linea di condotta, i giovani uniscono le loro forze per tagliare alcuni rami robusti dai cespugli scampati al fuoco onde improvvisare una grossa e solida barella da viaggio. Con gesti lenti, pieni di rispetto e bagnati dal pianto di Melissa, adagiano sulla struttura i corpi martoriati degli amici morti: la coraggiosa Nigra e lo sfortunato Silviodoro, per poi intraprendere il lungo, silenzioso e doloroso viaggio di ritorno verso il loro villaggio natìo per dare ai loro corpi una degna ed onorata sepoltura.

Il loro ritorno è carico di pena e responsabilità: dovranno raccontare alle famiglie ciò che è accaduto nella foresta e permettere al loro ritrovato amico Dasòdis di riabbracciare la madre, una piccola consolazione per lenire le profonde ferite che le avventure intraprese da quel fatidico mattino di scuola ha lasciate impresse indelebilmente nei loro cuori.