Il riscatto dell’apprendista

Il sole si solleva pigro sopra le chiome secolari della foresta, filtrando attraverso le fitte trame di foglie per andare a baciare la corteccia del gigantesco albero che ospita la casa arborea di Fitòfilo. In quel microcosmo di quiete rurale ed arcaica saggezza, la vita scorre da anni secondo ritmi immutabili, scanditi dallo studio delle piante e dei segreti degli elementi.

Per Ombrosa, quella dimora sospesa tra cielo e terra non è semplicemente un laboratorio od una scuola, ma l’unico focolare che abbia mai conosciuto: adottata in tenera età dal saggio druido, la ragazza è cresciuta all’ombra della sua imponente figura, tramutandosi col tempo nella sua più fidata e devota apprendista.

Tra i due non servono molte parole: un cenno del capo od un’occhiata d’intesa sono sufficienti per coordinare le attività quotidiane, divise tra la cura dei boschi e la catalogazione di erbe rare. Eppure, la pace di quel rifugio è un velo sottile, destinato a lacerarsi sotto la spinta di brame oscure che si muovono silenziose fin dentro i confini del vicino villaggio di Parvavilla.

Tutto ha inizio in un pomeriggio apparentemente identico a tanti altri, quando il vecchio Fitòfilo si spinge fin quasi al limitare della vegetazione, dove la foresta degrada dolcemente verso le Pianure Nebbiose: è lì che il suo cammino incrocia, per un bizzarro capriccio del destino, quello di donna Catarina, la biondissima e affascinante mercante che gestisce il bazar del paese, avventuratasi nei boschi in cerca di ingredienti per i suoi decotti. Un incontro fortuito, o forse una coincidenza ordita da un destino bizzarro: un breve scambio di saluti imbarazzati, pronunciati con quel curioso accento straniero che la donna usa per ammaliare la sua clientela e la cantilenante voce sussurrata del vecchio eremita.

Ma l’occhio clinico ed esperto di Catarina non si posa sulle erbe raccolte dal druido, bensì sul suo antico bordione: quel bastone runico, sormontato da un voluminoso cristallo che pare pulsare di una debole e persistente energia arcana alla luce che filtra tra le foglie dei vetusti alberi, cattura immediatamente la sua attenzione, risvegliando in lei una bramosia viscerale ed inarrestabile. La strega intuisce all’istante la vera natura del manufatto: non si tratta di un semplice orpello da viandante, ma di un ricettacolo di immenso potere.

Da quel preciso momento, la tenutaria del bazar di Parvavilla inizia a tessere la sua ragnatela di inganni: da pacata mercante si trasforma in un’ombra investigativa, raccogliendo con pazienza certosina ogni minima informazione riguardante l’anziano precettore della foresta. Interroga discretamente i rari avventori, ascolta i pettegolezzi dei contadini che frequentano la piazzetta e, pezzo dopo pezzo, ricostruisce il quadro della situazione.

Viene così a conoscenza non solo delle lezioni settimanali che il druido impartisce ai giovani di Parvavilla, ma anche dell’esistenza della sua giovane e schiva apprendista, che vive con lui fungendo da assistente e custode dei suoi segreti.

Per impossessarsi del prezioso bordione senza sollevare sospetti o rischiare un confronto magico diretto contro un druido esperto, Catarina ha bisogno del piano perfetto: deve isolare la sua vittima, colpirla nel momento di massima vulnerabilità e fare in modo che la colpa ricada sulle forze indomite e letali che popolano la foresta.

L’occasione propizia si presenta quando Fitòfilo, ignaro della minaccia che incombe sulla sua dimora, decide che è giunto il momento per Ombrosa di compiere un passo importante nella sua formazione: la convoca così nel suo studio, circondato da libri allineati e pergamene pronte, e le affida una missione a lungo raggio.

“Il nostro magazzino di ingredienti scarseggia di essenze di piante fluviali, mia cara…”, le dice il vecchio maestro, accarezzando le venature del suo bastone: “Dovresti recarti a Borgofiume, lì troverai sicuramente le radici acquatiche di questa lista e gli strumenti di precisione per estrarne il sugo. Ecco, prendi, in questa borsa c’è denaro più che sufficiente per l’acquisto di tutto ciò che ci serve, il resto tienilo pure per te. Ti raccomando però, sii prudente come ti ho insegnato e ricordati di contrattare un po’ sul prezzo, i mercanti rivieraschi del Potamos alzano sempre un po’ il prezzo dei loro prodotti. Prenditi pure il tempo che ti serve, è un tragitto impegnativo, ma non indugiare lungo la via, mi servirà presto il tuo aiuto qui…”.

Ombrosa annuisce con rispetto, anche se il rossore sulle sue guance tradisce la contenuta emozione per l’incarico di responsabilità ricevuto: prepara la sua borsa da viaggio e si mette sollecita in cammino, ignorando che quella partenza è stata spiata da occhi attenti e spietati, pronti ad innescare una successione di eventi che si riveleranno drammatici.

Non appena l’apprendista si allontana a sufficienza, lasciandosi alle spalle l’abbraccio protettivo degli alberi secolari, Catarina entra in azione: grazie ad un antico medaglione magico di controllo degli aracnidi che nasconde gelosamente sotto la sua tunica, richiama un giovane esemplare di Metaragno, il cui arrivo è preannunciato dall’apparizione di una piccola corte di Aranee. Alla strega non occorre altro: sa che, una volta calata la notte, il famelico aracnide si avventerà sul solitario abitante di quella casa nascosta nel bosco, lo paralizzerà mortalmente avvolgendolo nella sua tela, lascando campo libero a lei, il giorno successivo, per venirsi a prendere il bastone magico lasciato incustodito.

La superba bramosia della strega, tuttavia, le ha fatto dimenticare che quello successivo è giorno di scuola per gli studenti di Parvavilla, e quando se ne sovviene, vedendo i cinque ragazzi riunirsi al pozzo antistante il suo bazar per incamminarsi verso la casa arborea del loro precettore, è ormai troppo tardi per rimediare senza rischiare di essere scoperta.

“In fondo non sono altro che fanciulli…”, ragiona tra sé e sé la strega mentre osserva dalla finestra della sua bottega il quintetto incamminarsi fuori dal villaggio: “E poi non sono nemmeno equipaggiati: il Metaragno farà di loro un solo banchetto, devo solo avere un poco di pazienza in più, e rimandare al pomeriggio la mia trasferta…”, conclude la megera sorridendo nervosamente.

Il destino, però, ama rimescolare le carte in modi imprevisti, e quei cinque “fanciulli” privi di armi ed equipaggiamento, non solo riescono a mettere in fuga l’aracnide creatura, ma scoprono la morte del loro maestro e ne riportano sani e salvi la notizia al loro villaggio quella sera stessa.

Poco dopo la fuga dei giovani dall’abitazione del defunto druido, un’ombra avvolta in un pesante mantello scuro scivola tra i cespugli della radura: è Catarina, accorsa sul luogo del delitto per riscuotere finalmente il suo premio. La strega sale rapidamente i gradini di legno ed entra nella casa arborea, ma lo spettacolo che le si presenta davanti scatena la sua furia: il bozzolo è squarciato, i resti dello zombi giacciono immobili sul pavimento e, soprattutto, il bordione elementale è svanito. Con una smorfia di puro disprezzo e rabbia repressa, la donna capisce di essersi sbagliata sul conto di quegli ardimentosi giovanotti e così torna in tutta fretta a Parvavilla, cercando con crescente rancore di architettare un nuovo piano per appropriarsi dell’agognato artefatto.

Il giorno successivo, Ombrosa fa finalmente ritorno dal suo viaggio a Borgofiume. Il suo passo, inizialmente leggero per il successo della spedizione, si blocca non appena mette piede nella radura. L’aria profuma di fumo acre e sangue secco, e il silenzio degli uccelli è presagio d’infinito dolore. Salendo le scale con il cuore in gola, la ragazza spalanca la porta sbarrata e si ritrova davanti al caos della distruzione. Sul pavimento della stanza da letto giacciono i resti martoriati del suo padre adottivo, mentre sul materasso sfatto un involucro di seta vuoto testimonia l’accaduto: evidentemente il suo mentore è stato colto nel sonno dall’attacco famelico di un Metaragno, il cui veleno è mortale, ma allora perché il corpo del vecchio druido è riverso sul pavimento con il cranio spezzato, come se avesse lottato dopo essere uscito dal bozzolo che lo tratteneva? Questo non ha alcun senso per la giovane apprendista: perché un tale accanimento su un povero vecchio già deceduto?

Ombrosa cade in ginocchio, le lacrime che le rigano il volto mentre stringe a sé le vesti logore del vecchio Fitòfilo. Ma al dolore subentra presto una gelida e lucida disperazione quando il suo sguardo perlustra l’ambiente: il grande libro di magia è sparito ed il bordione magico è irrintracciabile! Il vecchio druido glielo aveva promesso solennemente molte volte: “Quando la mia candela si sarà spenta, figlia mia, questo bastone sarà tuo: tu sarai allora la custode della foresta…”, ma ora quel diritto d’eredità le è stato rubato.

Asciugandosi le lacrime, la giovane apprendista manifesta la ferrea determinazione che il suo maestro le ha insegnato. Ombrosa sa bene delle lezioni che Fitòfilo impartiva ai ragazzi del villaggio. Esamina le tracce lasciate sul terreno nella radura: impronte di stivali pesanti da lavoro, residui di boccette d’olio ed i segni inequivocabili di un combattimento condotto da braccia giovani, ma inesperte. Ricostruisce mentalmente la sequenza degli eventi con freddo pragmatismo. I ragazzi sono giunti qui, hanno trovato il maestro morto, hanno combattuto e, per avidità, hanno preso gli oggetti più preziosi della casa: il bordione è sicuramente nelle mani dei giovani studenti di Parvavilla…

Ma ecco che mentre ancora si arrovella un crepitìo di rami infranti la mette subito in allerta: un movimento sospetto intravisto dalla finestra la spinge ad uscire subito dalla casa e, non appena fuori, si accorge di cosa ha causato quei rumori inaspettati: un Metaragno con una zampa recisa si sta calando sull’edificio arboreo. Ombrosa per un attimo è indecisa se scappare o rimanere a combattere, ma poi, il pensiero che quella creatura abbia ucciso il suo padre adottivo la fa infuriare: senza quasi accorgersi le labbra iniziano a salmodiare una formula, mentre le sue mani disegnano nell’aria un arcano sortilegio, quindi un fulmine a ciel sereno scende squarciando le fronde degli alberi a cuocere il gigantesco aracnide prima che esso possa entrare nella casa del suo maestro.

Tuttavia quella vendetta sommaria non placa il dolore della giovane in tunica verde scuro: Ombrosa sa di non dovere e di non poter agire così d’impulso. Respirando profondamente acquieta il suo animo e cerca di sgombrare la mente, richiamando i suoi pensieri a concentrarsi sul modo migliore di comportarsi. È mentre riassetta la casa del suo mentore, ora diventata la sua abitazione, che le idee le si chiariscono lentamente in testa: la priorità è riappropriarsi della sua eredità e già un piano si sta formando al suo giudizio.

Inizia così un lungo e silenzioso lavoro di spionaggio, Ombrosa si muove come uno spettro tra i boschi che circondano il paese e confondendosi tra la folla nei giorni di mercato, non ci vuole molto prima che le sue indagini portino i loro frutti. Osservando i movimenti del quintetto, nota come la più giovane delle sorelle Tramapanni, Melissa, cammini ora stringendo saldamente tra le mani il bastone Empedocle, tentando goffamente di decifrarne le iscrizioni sulla soglia di casa o in camera sua: il bordione appartiene a lei, per il momento.

Giorno dopo giorno, l’ex-apprendista druido studia i suoi bersagli: segue i loro spostamenti come un’ombra invisibile, diventando testimone silenziosa di tutte le incredibili vicissitudini che capitano loro. È nascosta proprio tra le case adiacenti la piazzetta quando il gruppo viene assalito dal Metactone fuoriuscito dal pozzo ed osserva da lontano la povera Teodora che viene ghermita dall’anellide gigante e successivamente abbattuta dal suo stesso fratello dopo essere risorta in uno stato di non-vita.

“Quindi le incredibili voci sul cadavere del boscaiolo ritornato in vita sotto forma di zombi erano vere?”, si chiede muta Ombrosa, ma ora che ha assistito con i suoi stessi occhi alla resurrezione della povera Brandimartello non può più dubitarne: evidentemente un male oscuro ed innaturale si sta diffondendo nello Spellum, e sembrerebbe proprio che i morti non muoiano…

La mattina in cui Catarina, sulla soglia del suo bazar, convince i cinque ragazzi a calarsi nuovamente nel tunnel del pozzo per perlustrare la via inesplorata del sottosuolo, la giovane, acquattata dietro l’angolo di un edificio, ascolta attenta e intravede un’opportunità: “Da quello che hanno raccontato l’ultima volta il tunnel del Metactone ha intersecato i sotterranei del Grottomio…”, sussurra Ombrosa tra sé, stringendo i pugni sotto la tunica verde: “Quel luogo è pieno di pericolose creature e dei cadaveri degli incauti avventurieri che hanno osato varcare la sua soglia in cerca di illusorie ricchezze: questi cinque sprovveduti non sopravviveranno a lungo nel labirinto delle sue stanze, e a me non resterà che attendere che siano defunti per intervenire di soppiatto e riprendermi ciò che è mio…”.

Senza perdere un secondo, la ragazza aggira il perimetro di Parvavilla e si immette nei boschi, precedendo il gruppo lungo i sentieri che conosce grazie alle mappe del suo maestro. Raggiunge l’ingresso esterno del dungeon e si nasconde dietro un costone di roccia poco distante dalle scale di pietra che conducono nei suoi recessi: appostata, occulta e silenziosa, mantenendo lo sguardo fisso sulla soglia e l’udito teso a captare i rumori che giungono dal basso. Rimane così, in attesa paziente di una finestra d’opportunità entro cui intervenire, resa paziente da quell’unico, incrollabile scopo, che è riappropriarsi dell’eredità che le spetta di diritto.

Il tempo scorre lento, carico di una tensione palpabile, fin quando, d’un tratto, dal profondo del sotterraneo giungono gli echi di una battaglia furiosa: il sibilo delle armi, i grugniti dei ragazzi e dei lampi di luce azzurrina che filtrano dalle crepe del terreno. Poi, la situazione precipita: una figura minuta, incappucciata ed avvolta in una tunica color della notte, emerge dalle scale per dare inizio al suo assalto finale, evocando spettri e fulmini magici contro le sorelle Tramapanni che si sono lanciate al suo inseguimento.

Ombrosa osserva la scena senza respirare: vede Nigra stramazzare al suolo priva di sensi, investita da una potente scarica elettrica, ed assiste al duello ravvicinato e brutale tra l’ignota strega e la giovane Melissa. Il cuore della giovane druidessa le rimbalza in petto e lei scivola dietro al costone di roccia per non rischiare di essere vista, proprio nel momento in cui il volto di Catarina si rivela sotto il cappuccio che le scivola indietro, e quando si riaffaccia per vedere l’esito dello scontro, la strega ha nuovamente nascosto il suo viso.

Ombrosa è testimone degli ultimi sprazzi della lotta: Catarina, implacabile, pugnala Melissa alla schiena, ma la determinazione della fanciulla di Parvavilla si rivela straordinaria, piuttosto che cedere il nodoso manufatto all’avversaria, raccoglie le sue ultime forze e scaglia il bordione lontano, facendolo rotolare nell’erba alta della collina. Melissa crolla a terra svenuta, e Catarina impreca sommessamente in una lingua straniera, voltandosi per cercare l’artefatto tra la vegetazione.

“Questo è il momento!”, pensa Ombrosa con il cuore che le pulsa in petto come un tamburo da guerra: prima che la strega possa individuare la posizione esatta del cristallo luccicante, la ragazza balza fuori dal suo nascondiglio di roccia, parandosi di fronte a lei con lo sguardo fiero e le mani sollevate, pronte a scatenare la sua magia.

Tra le due donne si accende un nuovo e violentissimo duello di sortilegi: la radura erbosa viene squarciata da un turbinio di luci scure e fiammate verdi. Catarina è indubbiamente un’avversaria formidabile, dotata di un’esperienza superiore, ma lo scontro prolungato con i ragazzi all’interno del sotterraneo e l’evocazione delle sue oscure creature d’ombra l’hanno visibilmente debilitata e privata delle sue energie migliori. Ombrosa, fresca e mossa da una rabbia alimentata dal desiderio di giustizia, subissa la contendente sotto un flusso continuo di sortilegi d’attacco, costringendo la megera ad indietreggiare.

D’improvviso i rumori dei quattro ragazzi rimasti nel sotterraneo che stanno per riemergere dalle scale distraggono l’incantatrice in tunica nera, ed Ombrosa ne approfitta per lanciare il suo sortilegio più potente: un’onda d’urto che investe in pieno la sua avversaria, la quale, conscia di rischiare l’accerchiamento su due fronti opposti, si vede costretta a cedere e a ritirarsi e, con un’ultima stregoneria, scompare nel nulla, lasciando finalmente campo libero.

La figlia adottiva di Fitòfilo non perde un solo secondo: ignora i corpi svenuti delle sorelle Tramapanni e si lancia tra l’erba alta. Le sue dita ora stringono il legno nodoso del bordione Empedocle ed al contatto con la sua pelle, il grande cristallo sulla sommità emette una vibrante pulsazione verde smeraldo, come se l’artefatto avesse riconosciuto la sua legittima proprietaria.

Dal basso delle scale giungono già le voci affannate di Filosòma e Tharraleos, perciò, senza por tempo in mezzo, Ombrosa stringe il suo bastone al petto e si dà alla fuga, scivolando rapida lungo il declivio delle colline mentre le prime luci del crepuscolo avvolgono il profilo boschivo.

La sua permanenza in quelle terre è terminata; la foresta non è più sicura ed il male ha messo radici profonde a Parvavilla. Sfruttando i sentieri meno battuti e muovendosi sotto la volta stellata, la giovane apprendista intraprende una lunga marcia verso settentrione, oltrepassando i confini fluviali della Litorania e risalendo il placido corso del Potamos. Giorni dopo, stremata, ma protetta dal potere elementale del suo bastone magico, Ombrosa trova finalmente rifugio a Borgoargine, una remota e tranquilla cittadina situata nei territori meridionali dell’Opulandia. Lì, al sicuro dietro i confini dell’adiacente protettorato, la ragazza può tirare un po’ di fiato e riprendere le forze prima di pianificare il suo futuro, ormai irrimediabilmente stravolto dagli accadimenti appena vissuti.

E mentre accarezza le rune elementali del bordione, ora finalmente tornato in druidiche mani, sorride sussurrando il nome di Empedocle per risvegliarne l’ego, totalmente ignara delle trame di quel destino che la chiamerà ad incrociare nuovamente il cammino dei cinque giovani avventurieri di Parvavilla…