Durante la sera passata all’addiaccio davanti al sotterraneo dove poche ore prima hanno rischiato la vita, seppur stanchi e logorati da mille acciacchi, la piccola compagine di coraggiosi amici ha modo di confrontarsi e ricostruire gli avvenimenti fin lì accaduti. Il cerchio di luce arancione proiettato dal falò crepita debolmente contro il buio della foresta, gettando lunghe ombre distorte sulle pietre ammassate per sigillare il sotterraneo. Attorno al fuoco, i sei ragazzi di Parvavilla siedono stretti nei loro mantelli infangati, i corpi doloranti e le menti tormentate da un senso di sconcerto che consuma il sonno. Nonostante la spossatezza che grava su ogni muscolo, nessuno riesce a chiudere gli occhi.
È Melissa a rompere il silenzio, tenendo le mani vicine alle braci per placarne il tremito. Con voce ferma, ma carica di una cupa gravità, la giovane incantatrice svela ai compagni ciò che ha scorto sotto il cappuccio strappato: Catarina non è la pacifica mercante straniera che tutti credevano, ma una potente e spietata strega. Evidentemente il suo obiettivo primario, fin dall’inizio, è sempre stato il bordione magico del defunto Fitòfilo, quell’artefatto elementale che ora è svanito insieme alla misteriosa ragazza in tunica verde.
Ripercorrendo a ritroso gli eventi delle ultime settimane, i ragazzi iniziano ad unire i tasselli di quel mosaico dell’orrore. È Tharraleos ad ipotizzare lo scenario più agghiacciante, stringendo i pugni fino a farsi sbiancare le nocche: potrebbe essere stata la stessa Catarina a far uccidere il loro amato maestro, magari richiamando sulla sua casa arborea quei mostruosi aracnidi che essi hanno incontrato al loro arrivo. Avendo Melissa preso il bastone Empedocle, la strega ha dapprima tentato di comprarlo offrendole le ricchezze del suo bazar, ma quando lei ha rifiutato ecco che ha architettato un piano per rubarglielo. Nigra, passandosi una mano sulla ferita bruciata dal fulmine magico, annuisce cupamente.
Perfino l’apparizione del Metactone dal pozzo di pietra della piazza assume ora una luce diversa: è verosimile che la fattucchiera abbia orchestrato quel risveglio sotterraneo sperando che l’anellide gigante sbranasse proprio la giovane maga e che la povera Dorotea si sia sfortunatamente trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, vittima collaterale della bramosia della strega.
Potrebbe anche essere, a questo punto, che perfino il dungeon dove ha teso loro l’imboscata sia in realtà suo: ciò spiegherebbe tra l’altro dove si riforniva di tutti quegli equipaggiamenti e di quelle armi usate che poi rivendeva nel suo bazar. In effetti non è affatto stupido attirare avventurieri nel proprio sotterraneo, assicurandosi che ci lascino le penne evocando oscuri mostri con la stregoneria al momento giusto per finirli e recuperare le loro suppellettili per rifornire il proprio negozio.
Dasòdis siede in disparte, fissando il crepitìo delle fiamme con sguardo assente, poi sommessamente interviene nella ricostruzione in corso: “Se Catarina in qualche modo esercitava una qualsivoglia forma di controllo su quel Metactone, allora potrebbe essere stata anche la causa della morte di mio padre Silvanus…”.
Lo sguardo di tutti si abbassa ed il silenzio per un istante copre come una pesante cupola tutto il sestetto di giovani avventurieri, poi il figlio dell’erborista dà voce al pensiero di tutti continuando: “Mio padre era un esperto investigatore e durante una delle sue escursioni potrebbe aver scoperto qualcuno degli sporchi segreti della megera… E così lei l’ha fatto sparire…”.
Il povero braccatore si richiude nel mutismo, mentre a stento controlla un fiotto montante di rabbia mista a tristezza.
In ogni caso è senza dubbio Catarina che ha architettato lo scaltro doppiogioco con cui ha attirato i cinque ragazzi nel sotterraneo dove poi ha teso loro la letale imboscata: la richiesta d’aiuto di quella mattina, la finta preoccupazione per la clientela diradata e la sicurezza del villaggio erano solo un’esca per attirarli nella trappola.
“E pensare che ha persino avuto la faccia tosta di farmi quel dono…”, sussurra ancora Dasòdis, con la voce spezzata dal rimorso mentre guarda le sue mani vuote e ripensa all’ampolla di vetro con il liquido nero spacciata per una risorsa d’emergenza, e che invece non era altro che l’ennesimo esecrabile inganno: un Abominio in boccetta che Catarina sapeva perfettamente si sarebbe ritorto contro di loro per finirli.
Se non fosse stato per il misterioso, quanto provvidenziale intervento dell’ignota ragazza in tunica verde, forse non sarebbero sopravvissuti al tradimento della strega. È vero: Melissa ha perduto il suo bastone magico, ma almeno loro sono ancora tutti vivi e possono fare ritorno al loro villaggio…

Il mattino porta con sé una nebbia bassa che si stende sui prati nei dintorni dell’improvvisato campo. Ristorati dal riposo parziale e dai prodigi taumaturgici che Filosòma compie all’alba unendo le mani in preghiera, i sei avventurieri si mettono in cammino. La stanchezza grava sui loro passi come una corazza di piombo, e i mille acciacchi degli scontri avuti nel giorno precedente rendono la marcia lenta e silenziosa. Per prudenza, i sei amici decidono di comune accordo di evitare la via principale: allungano il tragitto percorrendo un sentiero secondario, una striscia di terra battuta meno frequentata che si snoda tra boscaglie e dossi argillosi, nel timore costante che la malvagia strega possa tendere loro un ulteriore agguato prima del rientro.
Quando le prime case di pietra e legno di Parvavilla compaiono all’orizzonte, un silenzio innaturale accoglie la compagnia: le strade sterrate della periferia sono deserte, prive del consueto viavai di persone indaffarate.
Mano a mano che si addentrano nel cuore dell’insediamento, il mistero si infittisce: tutte le botteghe artigianali che incrociano lungo la via mostrano gli scuri serrati e le porte sbarrate. Persino la forneria “Pane & Pasticci”, che la famiglia D’Armalonga tiene sempre aperta, è sbarrata e silenziosa.
Tharraleos si ferma, stringendo l’impugnatura della spada corta e lo sguardo che scruta le finestre cieche delle abitazioni: “Non c’è nessuno in giro! E nemmeno un rumore di gente al lavoro, ma non vi sembra strano?”, mormora girandosi verso i compagni con i sospetti che cominciano ad acuirsi nel cervello. Anche Filosòma avverte la medesima e sottile inquietudine, ma le sorelle Tramapanni sono troppo esauste per dare ascolto a incerti congetture: Nigra cammina a stento, appoggiandosi al braccio di Melissa, la cui veste reca ancora la macchia di sangue secco della pugnalata.
“Vi prego, basta con i complotti…”, dice Melissa con la voce ridotta ad un filo: “Mia sorella ed io vogliamo solo andare a casa, vedere i nostri genitori e dormire in un letto vero…”.
Sophia e Dasòdis, altrettanto stremati, si dichiarano d’accordo con le due ragazze, così, davanti a quella totale spossatezza, il gruppo decide di dividersi, rimandando ogni decisione al momento in cui avranno recuperato le forze: i sei amici si congedano con un cenno stanco e poi ciascuno prendendo la direzione della propria dimora.
Appena varcata la soglia della loro casa, Nigra e Melissa vengono accolte dal tepore domestico. I loro genitori siedono già al grande tavolo di legno rustico, con le schiene curve e gli sguardi fissi sui piatti di terracotta. Davanti a loro fumano scodelle piene di una densa zuppa di verdure e radici. Affamate e troppo stanche per fare domande, le due sorelle non attendono nemmeno un invito: prendono due piatti dalla credenza, si servono direttamente dalla pentola sul focolare e si uniscono ai commensali, avventandosi sul cibo gustoso con la foga di chi non mangia da ore ed ignorando il silenzio pesante che regna nella stanza.
Poco lontano, anche Dasòdis spinge la porta di legno della sua modesta abitazione, dove trova sua madre seduta sulla panca, intenta a sorbire la medesima zuppa con movimenti lenti e ritmici. Il giovane alchimista, tormentato dai morsi della fame e dal bisogno di conforto, le si siede accanto con sollecitudine, afferrando un cucchiaio per unirsi al pasto senza proferire parola.
Nella casa dei Brandimartello, Filosòma e la piccola Sophia rientrano insieme, spinti dallo stesso bisogno di riposo. La scena che si presenta ai loro occhi ricalca perfettamente quella dei compagni: il corpulento fabbro, sua moglie Amaranta e la loro figlia Dorotea sono tutti riuniti attorno al tavolo, con le stoviglie che tintinnano debolmente in un’atmosfera immobile. Al centro domina una zuppa fumante dall’odore dolciastro ed invitante. Sophia, entusiasta all’idea di riempire lo stomaco, serve immediatamente se stessa ed il fratellastro, portando un cucchiaio alla bocca con impazienza. Filosòma, tuttavia, sente un brivido d’avvertimento stringergli la gola: i suoi sospetti, nati camminando per le strade deserte del villaggio, non si sono placati, perciò, prima di accostarsi al piatto, il giovane sacerdote unisce le mani e vi sussurra sopra una breve preghiera di benedizione, quindi inizia anche lui a mangiare. Dopo qualche minuto di assoluto silenzio, il ragazzo decide di rompere il ghiaccio, desideroso di liberarsi del peso che porta nel cuore: inizia a raccontare ai familiari l’avventura vissuta, cercando inutilmente con lo sguardo la complicità della sorellastra, troppo impegnata ad ingurgitare grandi bocconi di pietanza. Tuttavia, mentre la sua voce risuona tra le pareti della stanza, si accorge di qualcosa di molto strano: i commensali, inclusa la piccola Sophia che siede al suo fianco, non mostrano la minima emozione. Nessuno sobbalza, nessuno solleva gli occhi dal piatto: indifferenti al racconto, tutti continuano come automi a masticare e ad inghiottire in completo silenzio.
Nel frattempo Tharraleos varca la soglia della casa della sua famiglia: anche lui ritrova tutti i parenti riuniti attorno al tavolo, intenti a consumare la medesima zuppa di verdure e carne. La fame è tanta, ma l’aria che si respira a Parvavilla ha ormai allertato ogni suo istinto: c’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’immobilità di quel pranzo. Il ragazzo allora saluta a voce alta, con ostentazione, cercando di destare l’attenzione del padre e dei famigliari, ma non riceve alcun contraccambio. Nessuno muove la testa, nemmeno il fratello minore, notoriamente irrequieto, anche a tavola. Allora prova a fare un passo avanti, sforzandosi di sorridere: “Cosa c’è di buono da mangiare oggi? È saporita la zuppa?”, domanda a voce alta, ma ancora una volta, nessuna risposta supera le labbra di alcuno.
Davanti all’inqualificabile apatia dei suoi famigliari, il giovane combattente trova una definitiva conferma dei suoi sospetti: è certo che ci sia qualcosa che non va, ma non sa ancora dire con sicurezza di cosa si tratti. Per precauzione non si accosta al cibo che tutti loro stanno mangiando e per non destare sospetti adduce una scusa e si ritira in camera sua, per riflettere sul da farsi. Resta al buio per un tempo che sembra infinito, tendendo l’orecchio. D’un tratto, un rumore secco di sedie che si spostano proviene dalla sala comune. Tharraleos scatta in piedi, impugna la sua arma e torna nella stanza principale, ma quando vi giunge la trova completamente deserta: i piatti sono ancora sporchi sul tavolo, le sedie scostate dal tavolo e la porta d’ingresso è spalancata…
In casa Brandimartello Filosòma sta ancora parlando nel vuoto, quando improvvisamente i genitori e le sorellastre alzano all’unisono la testa dal piatto, come se finalmente volessero ascoltare il giovane avventuriero, ma poi si alzano contemporaneamente da tavola e senza nemmeno guardarlo in faccia si muovono insieme verso l’uscio di casa ed escono tutti sulla strada, incamminandosi nella medesima direzione. Basito da tale strambo comportamento, l’apprendista fabbro si lancia all’inseguimento dei propri cari lungo la via sterrata, raggiungendoli subito, ma tenendosi prudentemente ad un poco di distanza, alle loro spalle. Durante il tragitto vede poco lontano Dasòdis che cammina accanto a sua madre: entrambi procedono lungo la stessa direzione dei Brandimartello, mantenendo il medesimo contegno assente.
Filosòma corre verso l’amico, chiamandolo a gran voce: “Dasòdis! Dasòdis guardami! Cosa sta succedendo?”, ma il braccatore non gli rivolge nemmeno uno sguardo, continuando la sua marcia come un guscio vuoto. L’impulsivo sacerdote, allora, esasperato dallo stranimento, afferra l’amico da dietro per una spalla, lo costringe a voltarsi e gli molla un poderoso ceffone in pieno viso, sperando che l’impatto lo faccia rientrare in sé stesso. Per tutta risposta Dasòdis gli restituisce uno schiaffone di pari intensità, ma senza esprimere nessun sentimento di rabbia o rancore, come se avesse reagito ad uno stimolo con un comportamento imitativo.
Massaggiandosi la guancia che inizia a ostrare un accenno di rossore a forma di cinque dita, Filosòma decide che evidentemente la violenza non è il giusto antidoto per far rinsavire l’amico. Allora il giovane Brandimartello decide di ricorrere ai suoi poteri miracolari e con una preghiera per scacciare maledizioni benedice il suo amico, il quale finalmente rientra in sé stesso. Sotto l’effetto del prodigio, Dasòdis sussulta violentemente, il colore torna sulle sue gote, le pupille si restringono ed il ragazzo crolla sulle ginocchia, stringendosi la testa tra le mani mentre un gemito gli sfugge dalle labbra. Filosòma lo afferra per le braccia, interrogandolo con urgenza: “Amico cosa ti è successo? Ricordi qualcosa?”. Dasòdis scuote la testa, terrorizzato: “No Filo… Non ho idea di come io sia arrivato fin qui… L’ultima cosa che ricordo è un piatto di zuppa fumante che mia madre mi aveva preparato…”.
In quel mentre, un rumore di passi veloci annuncia l’arrivo di Tharraleos. Il combattente si unisce ai due, sollevato nel constatare che almeno loro non sono caduti nello stato catatonico che ha trasformato Parvavilla in un villaggio di salme ambulanti. Dopo un rapido confronto i tre amici stabiliscono che evidentemente la causa di quella misteriosa circostanza che ha coinvolto tutto il loro villaggio debba ricercarsi nella strana zuppa che tutti hanno consumato per pranzo: probabilmente conteneva qualche sostanza che ha afflitto chiunque l’abbia mangiata con una specie di stato di trance.
Da buon erborista, Dasòdis analizza la situazione con lucidità: “Non possono essere gli ingredienti della zuppa in sé. Ognuno cucina ciò che ha nella propria credenza, ed è impossibile che l’intero villaggio abbia usato la stessa erba o la stessa carne. La sostanza deve trovarsi nell’unico componente che accomuna ogni singola tavola di Parvavilla… L’acqua!”, e poiché l’intero insediamento si approvvigiona all’unica fonte della piazzetta, il giovane braccatore formula l’ipotesi più logica e spaventosa: l’acqua della cisterna dev’essere stata contaminata, magari proprio dai residui corporei di quel Metactone che ne ha sfondato le pareti interne…
Determinati a scoprire la verità e a salvare le proprie famiglie, i tre amici decidono di recarsi immediatamente in piazza per verificare, ma una volta svoltato l’angolo dell’ultimo edificio si trovano davanti ad uno spettacolo sconcertante: l’intera piazza è gremita da tutti gli abitanti del villaggio, radunatisi attorno al pozzo, il quale è nuovamente chiuso da assi di legno, ed in piedi sopra a questo, Catarina.
La strega sta salmodiando una muta cantilena, che evidentemente tutti coloro che hanno consumato la famigerata zuppa, hanno in qualche modo percepito, rispondendo inconsciamente al suo richiamo.
Tharraleos, Dasòdis e Filosòma arretrano allora nell’ombra del vicolo da cui sono sopraggiunti, scambiandosi uno sguardo di mutuo accordo: sanno di non poter affrontare la strega frontalmente davanti a quella moltitudine. Decidono allora di dividersi, muovendosi con cautela tra i vicoli laterali per inserirsi tra la folla da tre direzioni opposte, con l’intento di accerchiare la pedana e tendere un agguato fulmineo alla loro avversaria.
Ma Catarina è sempre un passo avanti ed attirare i giovani all’interno della calca sembra essere proprio il suo piano: di scatto interrompe la sua cantilena e fissa il suo sguardo sui tre ragazzi con un sorriso maligno appena accennato sulle labbra, quindi, con un gesto imperativo della mano scatena su di loro la folla inferocita.
Dasòdis, che dei tre era il più vicino al pozzo, rimane subito schiacciato dalla ressa che gli dà addosso: decine di mani si serrano sulle sue vesti, schiacciandolo contro il selciato umido prima che possa incoccare un solo dardo, mentre innumerevoli piedi lo scalciano e lo pestano, ammaccandolo ottusamente e fiaccandone velocemente le forze.
Tharraleos, da buon combattente, dapprima cerca di difendersi, respingendo come può gli abitanti del suo villaggio, attento a non colpire a morte i propri vicini. Ma trovandosi poi d’un tratto davanti a suo fratello Polémogo desiste: l’orrore di dover colpire il proprio sangue lo svuota di ogni ardore guerriero, così, approfittando del fatto di essere il più vicino ad una delle strade che porta fuori dalla piazza, cerca di darsi alla fuga.
Filosòma è il più reattivo: di rimando al gesto imperioso con cui la strega ha comandato la folla, le lancia contro un miracolo di temporanea paralisi. Il prodigio colpisce in pieno la fattucchiera, congelandola sul posto come una statua di pietra sul suo piedistallo di legno. Ma è una vittoria effimera: voltandosi, il figlio del fabbro vede l’amico braccatore completamente soverchiato, sepolto sotto la massa dei suoi dissennati concittadini. Comprendendo che tentare di raggiungerlo significherebbe solo farsi catturare a propria volta, sull’esempio di Tharraleos si volta e si dà anch’egli ad una difficoltosa fuga verso le vie laterali.
I due ragazzi corrono con il fiato corto, inseguiti dai passi ritmici della turba: riescono a scappare in due direzioni diverse, ma la geometria dei vicoli li fa ricongiungere poche centinaia di metri più avanti. Di nuovo insieme, avendo seminato per un poco gli inseguitori più lenti, corrono disperatamente verso il perimetro esterno di Parvavilla, decisi a lasciare il paese natìo per cercare rifugio nell’intricato labirinto di tronchi dei boschi limitrofi.
Mentre superano le ultime staccionate del villaggio, incalzati dagli indefessi inseguitori che non accennano a fermarsi, la coppia di giovani volge un ultimo, doloroso sguardo indietro verso la piazza del pozzo, che ora appare spettrale, così svuotata dalla calca mossasi al loro inseguimento.
L’ultima immagine che si portano nel cuore prima di sprofondare nell’ombra degli alberi è la vista di Catarina sul pozzo, paralizzata in un movimento plastico, e davanti a lei, riverso bocconi sulla piazza ormai svuotata, il corpo esanime del povero Dasòdis, il cui involontario sacrificio ha favorito la loro fuga…