I personaggi hanno dunque scoperto che la Baronessa si incontra con il Prefetto: il Farmacista ha infatti fatto loro il resoconto del suo pedinamento e, per contro, è stato informato di quanto è successo al secondo appuntamento della Madamigella.
Ora però tutti vogliono concentrarsi sull’indagine, forse perché sentono di essere vicini a scoprire l’identità dell’Alto Committente, il quale, nella mente di tutti, sembra coincidere con la figura del Prefetto Schiafano. Tuttavia, anche se vorrebbero rivolgersi direttamente a costui, non hanno nulla da cui partire per inquisirlo, ed anche usare come leva per un eventuale interrogatorio la lettera di commissione ritrovata nello studio segreto dell’alchimista, a ben vedere, non sarebbe solo inutile, ma persino controproducente.
Invece sanno che la Baronessa ha organizzato un attentato sotto falsa bandiera e ne hanno le prove per via del documento ritrovato nei sotterranei della loro base operativa, quindi possono sfruttare questa informazione per mettere la nobildonna alle strette, inducendola magari a confessare le altre verità che tiene nascoste, soprattutto riguardo al Prefetto.
I provetti investigatori concordano perciò che questa sia la strada migliore da intraprendere e valutano che l’intermediario più adatto per ottenere un colloquio con la Baronessa sia il Cadetto Particolare, il quale ha quantomeno la scusa di volerla ringraziare per l’intercessione fatta a favore della sua recente promozione al ruolo che ha scoperto essere appartenuto precedentemente proprio al di lei defunto marito, il Barone Leandro De’Legati.
Palamede perciò inoltra una formale richiesta di udienza alla Baronessa Domitilla ed ella la concede.

Al colloquio si presenta il gruppo al completo, ossia il Cadetto Palamede ed il Diacono Terione in testa, accompagnati dalla Madamigella Aureliana, dalla Cercatrice Angelica, dal Farmacista Dryas, dal Molosso Artus e dal Collaboratore Dromon.
La nobildonna si dimostra affabile, ma un po’ sorpresa dalla presenza di cotanta compagnia, visto che si aspettava la visita del solo Palamede, tuttavia fa buon viso a cattivo gioco e riceve i visitatori nei giardini privati della sua residenza, facendoli condurre dalla servitù fino all’entrata della piccola serra al centro del piccolo parco botanico. Qui però viene permesso l’ingresso soltanto al Cadetto, al Diacono ed alla Madamigella, cioè a coloro i quali erano gli invitati d’onore al drammatico ballo organizzato dal Conte Valerius; gli altri accompagnatori vengono lasciati all’esterno insieme alla servitù della Baronessa.
Entrando nella piccola casetta di vetro, il Cadetto e la Madamigella si scambiano uno sguardo eloquente: hanno compreso infatti la strategia della nobildonna, un incontro informale, ma all’interno di un ambiente dalle pareti trasparenti, cosicché da dentro si possa sorvegliare chi si trova fuori e viceversa, dall’esterno i servitori possano tenere sotto osservazione i tre interlocutori della padrona di casa.
Domitilla si dimostra accogliente, ma distaccata: dopo i primi saluti riprende ad occuparsi dei suoi fiori, ma domandando al Cadetto, con malcelata noncuranza, il motivo della sua visita, a cui egli risponde con la manifestazione della propria riconoscenza per la favorevole intercessione della dama riguardo la sua promozione al “Particolarato”. La Baronessa risponde gentilmente, affermando che quello era il minimo che lei potesse fare per ringraziare il suo “salvatore”, accennando con un sorriso al ricordo di come il Cadetto l’abbia difesa dai suoi attentatori alla festa del Conte De’Firmis. Tuttavia, dopo questo breve scambio di battute cala nella serra un velo di silenzio imbarazzato: i tre amici si scambiano velocemente gli sguardi, ripassando mentalmente gli argomenti su cui interrogare la nobildonna.
E la scelta si limita solamente a due soli, in effetti: il falso attentato ed i suoi rapporti con il Prefetto Schiafano. Tuttavia, come anche concordato anticipatamente, i giovani investigatori non possono rompere il ghiaccio interrogando subito la loro sospettata sulla sua eventuale, presunta, relazione con Schiafano, perché da una parte non sono tecnicamente affari loro, e dall’altra porterebbe a chiedere come essi siano venuti a conoscenza di tali rapporti e non vogliono dover confessare di aver pedinato l’aristocratica.
Perciò Palamede infrange il silenzio cominciando con qualche domanda sull’andamento della riforma anticrimine proposta dalla Baronessa al Consiglio Cittadino e scivolando abilmente poi sulla serata dell’attentato, ma la dama è un’abile interlocutrice e, seppur manifesti qualche segno di nervosismo a rievocare il ricordo di ciò che è accaduto quella famosa sera, cerca di riportare al centro del colloquio i grandi benefici che avrebbe per La Cittadella l’approvazione del suo decreto contro la criminalità organizzata.
Messo alle strette, allora, il Cadetto estrae il documento ritrovato sul cadavere del carceriere della Loggia del Nodo defunto nei sotterranei della casa dell’alchimista: senza svolgerlo, ma mettendo bene in mostra il sigillo della nobildonna impresso sulla pergamena.
Alla vista della lettera che lei stessa ha scritto per commissionare l’attentato sotto falsa bandiera, la Baronessa impallidisce e con affettata indifferenza invita il terzetto a seguirla in un punto più in disparte della serra, dove la servitù che si trova ancora all’esterno non possa vedere la vergogna che rapidamente ne dipinge l’attraente volto, quindi, cercando di riprendere un atteggiamento dignitoso, incalza il suo muto accusatore: “Voi vedete cinismo nelle mie azioni, Cadetto Palamede? Questa città sta marcendo: attività criminali prosperano nella clandestinità, oscuri malfattori rapiscono fanciulle innocenti e gilde di delinquenti commerciano in vite di poveri disgraziati. La mia proposta di legge toglierà le armi ai fuorilegge per darle a chi pratica la giustizia: se per far approvare un decreto che salverà centinaia di innocenti ho dovuto… “enfatizzare” il pericolo che corriamo tutti, nobili e borghesi, cittadini e militari, sono disposta a prendermene la responsabilità. La sicurezza della Cittadella e del Feudo valgono una piccola bugia!”
Ma il giovane militare si è ben preparato a questo interrogatorio ed incalza la sua imputata facendo notare che se la notizia del falso attentato e soprattutto del coinvolgimento di una dama dell’aristocrazia con la Loggia del Nodo venisse divulgata, certo l’incriminazione della nobildonna affosserebbe anche la sua riforma anticrimine. La stoccata coglie nel segno e la Baronessa, messa davanti all’evidenza dei fatti cede ogni difesa: “Avete ragione signori, sono stata una sprovveduta ed ho ingenuamente pensato che il fine giustificasse i mezzi, ma non è mai così: ora mi avvedo del mio gravissimo errore… Come posso convincervi delle mie buone intenzioni? E come posso persuadervi a mantenere la discrezione su questa notizia almeno fin dopo che la mia riforma anticrimine sarà diventata legge? Non ve lo chiedo per me, all’averno la mia reputazione, ve ne supplico per il buon nome del mio defunto marito il Barone…”
Davanti alla formulazione di tale supplica il Cadetto Particolare intravede un eccellente appiglio per passare all’altro argomento d’interesse, così ne approfitta subito e domanda a bruciapelo: “A proposito del buon nome del Barone De’Legati: qual’è la natura dei vostri rapporti con il Prefetto Schiafano Degli Opliti? Potrebbe spiegarcelo?”
Davanti all’inattesa richiesta la Baronessa Domitilla ritrova un poco del suo orgoglio di nobildonna e risponde affettando sbigottimento: “Come potete insinuare…?!? Credete davvero che io potrei mai provare qualcosa di sentimentale per quell’uomo?!?”. A cui impassibile Palamede ribatte: “Abbiamo informazioni più che attendibili che vostra signoria è stata vista in circostanze piuttosto confidenziali con il Prefetto della Torre… Pare perfino che vi siate incontrati nei suoi appartamenti…”.
Il bel volto della donna sbianca visibilmente, mentre tutta la sua persona trema per un misto di vergogna e di rabbia, quindi esplode: “Non potrei mai seriamente amoreggiare con un uomo di tal fatta… Neanche quando eravamo giovani ho mai accettato i suoi corteggiamenti… Nemmeno prima di conoscere mio marito…Voi non capite: il Barone… Tutti credono che la sua morte sia avvenuta per un incidente, ma non io… Io ho sempre sentito che fosse caduto vittima di un complotto… Io lo so che è stato assassinato, e per invidia e per gelosia… E nel mio cuore ho sempre sospettato di Schiafano, fin da subito… Schiafano era invidioso di mio marito Leandro, avrebbe voluto il suo posto… avrebbe voluto… ME! Per anni mi ha bramata nell’ombra senza speranza…”.
Davanti a tali parole il terzetto si guarda stupito e mutando decisamente tono, Palamede chiede spiegazioni sull’argomento alla Baronessa, che, tranquillizzandosi un poco, comincia a raccontare degli eventi occorsi tempo prima…
«Pochi anni fa è avvenuto un incidente sul Ponte dei Militi che ha fatto piuttosto clamore perché ha visto il coinvolgimento e la morte del Barone Leandro De’Legati, sposo della Baronessa Domitilla Vitrarii.
Il nobiluomo, impegnato nella vita politica e militare de La Cittadella, stava ispezionando per conto della Guardia Cittadina la passerella sospesa che collega la Torre del Registro ai bastioni, quando da un carro chiuso, apparentemente abbandonato sul ponte, è fuoriuscita una branca di uomini rabbiosi che si è avventata sul suo cavallo, il quale impennandosi ha disarcionato il proprio cavaliere che perciò è precipitato nel vuoto oltre la ringhiera. Il carico umano sul carro era registrato come un gruppo di prigionieri che attendevano di essere traslati dalle celle della caserma alle segrete sotto la torre e che, liberatisi in un non meglio specificato modo, è riuscito a sfuggire e ad aggredire il Barone prima che intervenissero i Guardiani del Selciato per eliminarli tutti.
L’evento è stato archiviato dal Prefetto Schiafano Degli Opliti come una tragica fatalità ed il caso è stato presto chiuso. Ciononostante, la vedova De’Legati, non ha mai creduto alla versione incidentale ed ha sempre sospettato che suo marito il Barone fosse stato ucciso: la misteriosa incustodia del carro con i “prigionieri”, la facilità ed il tempismo con cui questi sono riusciti a liberarsi e tentare la “fuga”, ma soprattutto la furia rabbiosa con cui si sono avventati sul cavallo di suo marito, il quale, all’esame del cadavere, è stato trovato come aggredito e smembrato a morsi, come se i fuggitivi volessero sbranarlo vivo. Inoltre, nessun testimone è stato trovato che avesse visto o udito qualcosa ed i prigionieri sono stati prontamente sterminati ed i loro cadaveri liquidati velocemente, come se non si volesse che alcuno potesse vederne i corpi.
Rimasta vedova, la Baronessa Domitilla ha assunto così gli impegni politici del defunto marito, ma mai si è rassegnata alla sua morte e quando ha scoperto che l’incarico di sorvegliare il Ponte dei Militi era stato assegnato al Barone dal Prefetto stesso con una missiva vergata di suo proprio pugno, ha iniziato a sospettare fermamente del suo antico spasimante, determinandosi ad indagare su di lui per smascherarlo. Acciò ha deciso di fingere un ritrovato interesse per lui così da poterlo frequentare con l’intento di scoprire una prova sulla sua colpevolezza e finalmente fare giustizia al defunto sposo».
E dopo aver raccontato tali fatti la nobildonna conclude: “Capite bene che non potevo accusarlo apertamente, io non avevo nessuna prova se non l’intima convinzione della sua colpevolezza, ma il Consiglio Cittadino avrebbe protetto il Prefetto della Torre! Allora ho usato l’unica arma che avevo: l’inganno. Passati gli anni del lutto ho aperto a Schiafano uno spiraglio, lasciandogli intendere di essere ritornata… “accessibile”. Ho finto di cedere alle sue lusinghe. Ho iniziato ad amoreggiare con lui per farlo illudere, ma solo per potergli strisciare vicina: per frugare tra le sue carte mentre lui si guardava allo specchio compiaciuto… E proprio adesso che ero così vicina ad incastrarlo siete giunti voi, ad impedirmi ancora una volta di raggiungere finalmente l’agognata verità…”. E poi, incrociando lo sguardo della Madamigella che dà evidenti segni di compassione per la sincera afflizione della povera vedova, con angoscia aggiunge: “Se solo mi concedeste un po’ più di tempo… Ho trovato degli indizi che… Oh sono così vicina, lo sento…”. Quindi esplode, sotto il peso di un annosa menzogna che ne schiaccia l’indole onesta, ma storpiata dal dolore di un amore strappatole via ingiustamente e scoppiando in lacrime sincere riprende: “Ma ora voi avete quella lettera… E potete consegnarmi al boia per aver inscenato un attentato… Ebbene fatelo! Portatemi via! Io non ce la faccio più… Non riesco più a respirare in questo palazzo di finzione… Ogni volta che quell’uomo mi sfiora la mano, ogni volta che gli sorrido per non fargli capire che sospetto di lui, ecco: io sento l’anima che mi va in pezzi! Sento il sapore della cenere dell’Averno in bocca!”.
La Baronessa è esausta e singhiozza con un sussultare convulso del petto: si copre il viso con le mani e mostra ormai senza ritegno tutta la sua vulnerabilità ai personaggi, i quali sono manifestamente coinvolti in quella straziante confessione e laddove il Diacono ed il Cadetto mostrano un composto atteggiamento di empatia, Aureliana è palesemente commossa ed azzarda un tocco gentile di femminile solidarietà al braccio tremante della donna, la quale rialza per un momento lo sguardo incrociando quello ugualmente lucido della fanciulla ed in quello trova la forza di continuare: “L’ho fatto per amore, capite? Solo per amore del mio Leandro… Per invidia e lussuria mi hanno strappato via l’unico uomo che mi abbia mai protetta ed amata per ciò che ero e l’hanno fatto passare per un destino distratto! Io volevo solo la verità! Lo so, ora lo comprendo bene: ho fatto una cosa orribile, ho mentito a La Cittadella… Ho usato il terrore per spingere la mia riforma… Ma non sapevo come altro fare! Ero sola! Sono sempre stata da sola! Avevo solo mio marito e me l’hanno ucciso per farmi rimanere ancora sola: una donna sola contro l’intero apparato militare del Prefetto…”
La Baronessa cerca di riprendere un po’ il controllo sulle sue emozioni, si asciuga le lacrime e poi guardando il Cadetto Palamede con occhi imploranti, ma fieri, conclude: “Se voi poteste nascondere quella lettera, almeno per un poco di altro tempo… Io vi consegnerò tutti gli indizi che ho sul Prefetto ed i suoi loschi contatti. E vi darò anche le prove che pure lui è invischiato con la Loggia del Nodo, tramite il Vicario del Visconte… Forse voi riuscirete dove io non ho potuto… Fermate quel traditore, ve ne supplico! Date giustizia a mio marito… Date sicurezza a questa città non affossando la mia riforma… E poi… Poi fate di me ciò che volete: ma vi prego, non lasciate che l’assassino di mio marito la passi liscia…”.
Domitilla infine scoppia ancora in un pianto disperato, privo ormai di qualsiasi dignità nobiliare: le tremano le mani, la voce è rotta dai singulti, ma la sincerità di quel dolore senza speranza ha conquistato il cuore dei suoi interlocutori, i quali sono ormai determinati a perseguire il Prefetto per dare giustizia alla Baronessa.
La sua proposta di legge è infatti oggettivamente utile per la giustizia, ed il vero criminale da abbattere è Schiafano, ma far arrestare la nobildonna ora significherebbe far vincere il suo aguzzino; inoltre il dolore ed il pentimento della donna sono sinceri: non era l’ambizione politica a muovere Domitilla, ma una disperata sete di giustizia per l’uomo che amava. Infine la Madamigella non può che solidalizzare con la Baronessa in quanto donna oppressa da un sistema ingiusto e corrotto, e perciò la scagionerebbe subito, a prescindere…
In conclusione, comunque, i tre inquisitori convergono nel confortare la loro interlocutrice: manterranno segreto il suo reato almeno fino all’approvazione della sua riforma ed in cambio lei consegnerà loro tutto ciò che ha raccolto durante la frequentazione con il Prefetto e che possa fornire prova o almeno indizio delle sue colpe.
Rincuorata dal patto convenuto la Baronessa si ricompone e conduce tutti i suoi visitatori all’interno della sua residenza, in quello studio che un tempo era del Barone Leandro, e qui, prendendo spunto dalla fibbia del Cadetto Particolare, confessa loro tutto ciò che ha scoperto contro il Prefetto: ella infatti, ha visto nello studio di Schiafano la Fibbia Particolare di suo marito, identica a quella del giovane Palamede e perciò indubitabilmente identificabile come quel primo pezzo unico appartenuto esclusivamente al Barone prima della nomina del nuovo Cadetto Particolare; tuttavia, su di essa, la nobildonna ha osservato evidenti segni di corrosione, forse provocati da qualche strano agente alchemico. La Fibbia costituirà una prova contro il Prefetto nel momento in cui verrà trovata nei suoi alloggi e se ne verificherà l’assenza sulla salma sepolta del Barone.
A questo pur importante indizio verbale, Domitilla aggiunge un indizio fisico che fa cadere sospetti più che legittimi sul coinvolgimento profondo di Schiafano nella morte di Leandro: la lettera d’incarico piuttosto inusuale con cui il Prefetto ordinava al Barone una perlustrazione del Ponte dei Militi in un’orario del tutto irregolare e confessando che egli era a conoscenza che il misterioso “carro” sarebbe stato presente sul luogo.
Quindi la Baronessa consegna anche la lettera d’ingaggio con cui ha concordato il falso attentato alla serata del ballo in casa del Conte, da una parte per far vedere la sua buona volontà nel collaborare con le indagini e la sua sincerità d’intenti, e dall’altro per dare prova che il Vicario del Visconte Dolus Lantanus è anche il capo di una gilda criminale, la Loggia del Nodo, la quale è collegata all’Alchimista, che a sua volta è collegato al Prefetto.
Infine, la terza ed ultima prova che la Baronessa consegna, è infatti una lettera dell’alchimista Bellisarius in risposta ad un certo “Alto Committente”, di cui lei ignora il valore reale, ma che ha sottratto al Prefetto per poterlo collegare, tramite l’alchimista stesso, al Vicario del Visconte e quindi alla Loggia del Nodo. Sul retro della lettera, infatti, il mittente ha commesso l’errore di lasciare l’indirizzo della Torre del Registro, luogo abitato esclusivamente dal Prefetto Schiafano, e che quindi lo individua come l’Alto Committente…